Il
termine ‘elegia’ risulta abbastanza controverso; il significato
classico deriva dalla parola greca, έλεγεία “poema in distico elegiaco”
che a sua volta deriva da έλεγσς “canzone triste” originariamente
accompagnata da un flauto; l’interpretazione corrente vede il termine
‘elegia’ definire un piccolo poema drammatico che tratta di argomenti
di perdita e consolazione, basato su specifiche esperienze personali e
rivolte costantemente verso quelle particolari esperienze. L’influenza
cristiana addolcisce il canto elegiaco del dolore e della perdita
risolvendolo con la rassicurazione di una ricompensa ultraterrena.
Un
antico poema anglosassone, il Deor, racconta come gli accadimenti
umani, e tramite essi la fortuna e la sfortuna che possono alleviare o
peggiorare le condizioni degli uomini, sono affidate a Dio .
Questa
premessa "elegiaca" per dire che c’è chi, per gli strani scherzi che il
destino ci riserva, un giorno s’accorge di essere diventato Giobbe,
cioè vittima predestinata delle angherie del fato, che, non sazio dei
soprusi, costringe il malcapitato a stringere amicizia con il dolore ed ad averlo come fido compagno nella strada ancora da percorrere.
La
dottrina concorda unanimemente nella considerazione che ogni stato
algico comprende aspetti cognitivi (attenzione), interpretativi
(finalizzazione, informazione) ed emozionali (ansia, rabbia,
depressione, umiliazione, ecc.), e indica nell’approccio psicologico un
complemento importante nella terapia antalgica per risolvere i problemi
psico-patologici talvolta insiti nella realtà algogena.
Questi
problemi si rivelano particolarmente aggressivi nelle sindromi croniche
che scaturiscono dalle diverse patologie, nelle quali si creano circoli
viziosi di progressivo aggravamento e di influenza sulla qualità della
vita, sulla personalità e addirittura sulla socialità del soggetto.
Qualcuno
afferma che lo “stato algico” sia una sorta di attraversamento del
deserto…per i più pessimisti un passaggio attraverso e verso il niente.
Alcuni, tra cui chi scrive, smentiscono categoricamente questa incauta affermazione.
E
chiaro che non viene messo in discussione la meta del percorso…ciò che
si discute è “l’attraverso”, il passaggio. Quell’”attraversamento del
niente” presuppone l’assenza di tutto, e quindi anche l’assenza di quel
feroce e continuo morso; così non è perché comunque il dolore esiste,
esiste la sua pervasiva percezione in ogni momento, in ogni gesto, in
ogni pensiero.
E questo non è il nulla.
Perchè ad ogni momento,
ad ogni gesto, ad ogni pensiero che si divide con la ferocia dello
stato algico, la determinazione di vivere può costringere la mente a
ricavare, in mezzo a quelle rovine, frazioni di vita vera, atomi
infinitesimi di aria e di luce.
