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日志


5月18日

I migranti sono uccelli liberi di Michele Capuano


 I migranti sono uccelli liberi 
I migranti sono uccelli liberi che cambiano Paese secondo le stagioni.
Li accompagnano venti diversi
che soffiano con dolcezza o rabbiosamente
mentre il respiro è affannoso
le mani protese verso radici profonde e millenarie
lo sguardo smarrito dentro orizzonti sempre misteriosi.
I migranti si muovono su un palco
dove sta andando in scena una rappresentazione drammatica
che non vuole protagonisti ma solo comparse
smarrite tra scene grandiosi, esilaranti, ammirevoli
ma sostenute da ponteggi d’argilla.
I migranti sono uno spettacolo che appartiene alla natura:
come il sorgere ed il tramontare del sole
il cielo stellato
il mare, ora placido ed ora posseduto dalla tempesta, oltre ogni confine.
I migranti sono i nomadi.
Io, come te, sono un migrante
o lo erano i tuoi avi
i miei avi
o lo saranno generazioni future.
Sono la gente che supera le colonne d’Ercole.
Gli europei prima di essere americani o latini nella terra di altri popoli
che non divennero migranti perché furono derubati, umiliati, assassinati.
I migranti sono sugheri galleggianti come la terra della Terra
gocce d’acqua che inventano gli oceani
e le lagrime
e il sudore
e sorgenti
e fiumi e laghi che nessuna diga può contenere.
l filo spinato eretto dai nemici dell’umanità e i loro lager
sono solo l’impotenza dei vigliacchi.
I migranti sono gocce d’acqua continuamente inquinate da untori senza scrupoli.
I migranti sono le vittime preferite di disgustose iene voraci
che hanno venduto l’anima al mercato delle mediocrità:
sciacalli senza onore
avvoltoi senza ali e senza coscienza
codardi armati che si vendono per un nulla che chiamano denaro.
Niente è più meraviglioso di un migrante:
ha la potenza di camminare
sa digiunare
sa aspettare
nel piccolo spazio del suo cuore sono raccolte tradizioni e amori antichi
in un angolo del suo cervello i sogni e le speranze
la leggenda e la storia.

Un migrante ha i valori di tutto l’universo
dell’immenso mondo esteriore ed interiore.
I suoi occhi profondi e incredibilmente sorridenti
esplorano ogni piccola stazione, ogni oasi, ogni angolo del pianeta
e poi si confondono con una stella cometa e i desideri non sempre appagati.
Occhi che comunicano i segreti di questa umanità confusa:
occhi: velati, lucenti, vergognosi, fieri
anch’essi tutto l’arcobaleno e intanto
bestie feroci li osservano furtivamente
per renderli perseguibili per legge.

I migranti sono esseri liberi che cambiano Paese secondo le stagioni.
I ladri di storia, di potere, di dignità ed emozioni invece
uccidono anche i miraggi
e non sapranno mai che la pace come l’amore
un abbraccio come il contaminarsi
sono frutti oltre il tempo
maturati tra i raggi della ribellione
della rivoluzione
della liberazione
dell’emancipazione.
Non sapranno mai che le nostre strade
sono composte da una miriade di piccoli sassi
che hanno la luce e la ragione di tutti i popoli che le hanno percorse.
I migranti sono anche navi nella bufera che lottano contro i flutti
le avversità e la miseria
nonostante siano nati ricchi
nonostante siano la fonte del diritto.
I migranti sono l’etica dell’essere contro quella dell’avere.
Sono un faro su percorsi stranieri.
Sono le nostre metropoli per non essere soli
la nostra eredità.
I migranti sono energia a volte dispersa
o sfruttata per il privilegio di parassiti senza qualità.

L’umanità è migrante!
Migrante è tuo padre e tua madre e altri ed altre prima di loro.
E’ davvero una grande fortuna
che i migranti siano uomini e donne che cambiano Paese
come cambiano le stagioni.

Siamo tutti migranti
ma solo alcuni vengono costretti ad essere clandestini:
quando verrà il tempo in cui uomini e donne saranno liberi cittadini
e la nostra patria il mondo intero?

Pensavamo e dicevamo queste cose
in mille lingue
incontrandoci per scelta o casualmente nel villaggio globale.
Non sapevamo i nomi gli uni degli altri
e tante altre cose
ma domani avremmo riempito le piazze con tutti i nostri colori
le nostre idee
la nostra semplicità
trasformandoci in un unico e grande e imprescindibile popolo:
in marcia.

                                                                                                                                                                                                       

 

 

 


5月8日

Elegia dello stato algico

 

 

Il termine ‘elegia’ risulta abbastanza controverso; il significato classico deriva dalla parola greca, έλεγεία “poema in distico elegiaco” che a sua volta deriva da έλεγσς “canzone triste” originariamente accompagnata da un flauto; l’interpretazione corrente vede il termine ‘elegia’ definire un piccolo poema drammatico che tratta di argomenti di perdita e consolazione, basato su specifiche esperienze personali e rivolte costantemente verso quelle particolari esperienze. L’influenza cristiana addolcisce il canto elegiaco del dolore e della perdita risolvendolo con la rassicurazione di una ricompensa ultraterrena.
Un antico poema anglosassone, il Deor, racconta come gli accadimenti umani, e tramite essi la fortuna e la sfortuna che possono alleviare o peggiorare le condizioni degli uomini, sono affidate a Dio .
Questa premessa "elegiaca" per dire che c’è chi, per gli strani scherzi che il destino ci riserva, un giorno s’accorge di essere diventato Giobbe,  cioè vittima predestinata delle angherie del fato, che, non sazio dei soprusi,  costringe il malcapitato a stringere amicizia con il dolore ed ad averlo come fido compagno nella strada ancora da percorrere.
La dottrina concorda unanimemente nella considerazione che ogni stato algico comprende aspetti cognitivi (attenzione), interpretativi (finalizzazione, informazione) ed emozionali (ansia, rabbia, depressione, umiliazione, ecc.), e indica nell’approccio psicologico un complemento importante nella terapia antalgica per risolvere i problemi psico-patologici talvolta insiti nella realtà algogena.
Questi problemi si rivelano particolarmente aggressivi nelle sindromi croniche che scaturiscono dalle diverse patologie, nelle quali si creano circoli viziosi di progressivo aggravamento e di influenza sulla qualità della vita, sulla personalità e addirittura sulla socialità del soggetto.
Qualcuno afferma che lo “stato algico” sia una sorta di attraversamento del deserto…per i più pessimisti un passaggio attraverso e verso il niente.
Alcuni, tra cui chi scrive, smentiscono categoricamente questa incauta affermazione.
E chiaro che non viene messo in discussione la meta del percorso…ciò che si discute è “l’attraverso”, il passaggio. Quell’”attraversamento del niente” presuppone l’assenza di tutto, e quindi anche l’assenza di quel feroce e continuo morso; così non è perché comunque il dolore esiste, esiste la sua pervasiva percezione in ogni momento, in ogni gesto, in ogni pensiero.
E questo non è il nulla.
Perchè  ad ogni momento, ad ogni gesto, ad ogni pensiero che si divide con  la ferocia dello stato algico, la determinazione di vivere  può costringere la mente a ricavare, in mezzo a quelle rovine, frazioni di vita vera, atomi infinitesimi di aria e di  luce.



                                                                                                       

 

 





4月2日

Grande, straordinario Celestini... (da "Io vivo in una tomba perchè sono un intellettuale")

 

Io vivo in una tomba
perché io sono un intellettuale.

Non sono l'unico
e non sono stato il primo a scegliere una tomba come abitazione.
Prima di me ci sono andati i depressi.
Mi fanno una rabbia! Sono stati profetici.
Sono stati i primi a capire che non aveva senso. Che niente lo aveva.
Io invece a quel tempo era anche sporadicamente felice.
Mi succedeva quando andavo al mare.
Non d'estate.
D'estate non ci sono mai andato, nemmeno ai bei tempi.
Non sono mai stato così tanto "felice".
La gente mi ha sempre fatto istintivamente schifo.
Non ero cosciente che questo schifo fosse totale,
ma modestamente per gli esseri umani ho sempre provato un ribrezzo spontaneo.

Eppure andavo al mare
non d'estate, ma ci andavo.
In un bar in ristrutturazione con la cameriera grassa mi prendevo un caffè,
ristretto,
amaro,
mi affacciavo alla finestra, sentivo il tepore del sole e ero felice.

I depressi no.
erano tristi a tempo pieno.
Per loro il mare era uno schifo in tutte le stagioni,
una pozza d'acqua salata, una presa per il culo dei naufraghi
che in mezzo al mare manco se lo possono bere.
"Naufrago muore di sete!" ...se non è deprimente questo...

E il sole?
Per i depressi, già allora, era una merda solo a pensarci,
astro assassino portatore di tumori alla pelle.

Che invidia per i depressi!

Ora anche io l'ho capito che non vale la pena.
Mi sveglio la mattina e mi dico "alzati e fumati una sigaretta"
oppure "alzati, butta le sigarette nel cesso e smetti di fumare",
in fondo sono due soluzioni contrapposte,
in casi come questi ce ne dovrebbe essere una giusta e una sbagliata,
dovrei avere il 50% delle possibilità di fare una cazzata,
ma anche il 50% di azzeccarci.

Ma poi mi dico "ne vale la pena?"
e mi rispondo "ovviamente no"
e me ne resto semplicemente a letto
e non pensando di fare la cosa giusta
ma con la convinzione che nella vita abbiamo a disposizione solo risposte sbagliate
allora: meglio lasciar stare.

Perché stare a cercare un'alternativa?
Avrebbe senso svegliarsi pensando: "magari mi faccio un caffè"
e allora aggiungo sempre "ma ne vale la pena?"
e ovviamente non vale la pena!
Penso "magari faccio due passi... ma ne vale la pena?"
penso "magari mi ammazzo!"
perché ho pensato anche al suicidio, ma alla fine ho scartato questa possibilità.
Non vorrei che dopo la mia morte qualcuno pensasse che avessi avuto un motivo per farlo,
sicuramente qualcuno si metterebbe in testa che l'ho fatto per amore,
per paura di qualche malattia o peggio ancora per le idee,
pensa... direbbero "si sentiva tradito dall'umanità ... era un idealista".

E invece guarda i depressi,
sanno sempre che non ne vale la pena
per questo sono stati i primi a scegliere di vivere nelle tombe
lontano dall'umanità che pensa, riflette, lotta, crea, distrugge, spera!
Sì, perché ci stanno anche quelli che hanno speranze
sperano di campare cent'anni o di diventare ricchi,
sperano di scopare il sabato sera o di guarire da un tumore.

Ci stanno persino quelli che dicono "speriamo che non si metta a piovere"
ma cosa te ne importa!
E se non piove? Cosa ti cambia?
Pensa a un giorno d'estate all'inizio agosto, una giornata piena di sole
un giapponese di Hiroshima pensa "speriamo che non si metta a piovere"
e infatti non piove,
ma poi vede la sua città diventare un secchio di cenere.

La speranza è un'attività da esaltati

Come si fa a avere speranze nel futuro, cioè in una cosa che non esiste?
È come dare la chiave della propria casa al primo che passa per strada ipotizzando che ci sia una possibilità che si tratti di un maniaco del pulito che verrà a farti le pulizie di Pasqua.

E invece guarda i depressi
sanno perfettamente che l'unica certezza è la morte.
l'unico avvenimento che accadrà sicuramente in quel tempo probabile che è il cosiddetto futuro.
E quando accadrà sarà in forma di presente
perché chi muore... muore "ora" anche se è nato mille anni prima come Matusalemme.

Che precursori i depressi!
Appena è stato possibile se ne sono andati a vivere nelle tombe.

E adesso anche io
un intellettuale
vivo in una tomba!

E ho fatto bene
perché al cimitero sono circondato dalle cose che mi sono più care.

Teatro, danza, cinema.. la cultura

il teatro è morto.
gli attori... ridicoli imbecilli sempre pronti a sfilarsi i pantaloni per mostrare la calzamaglia
perché gli attori sono così!
La calzamaglia da guitti è sempre pronta sotto i jeans
come i vecchi che non si sfilano mai i pantaloni del pigiama
neanche sotto il vestito buono il giorno della comunione del nipote,
come i maniaci che girano nudi sotto all'impermeabile,
patetici attori col teschio nella ventiquattrore col monologo sempre pronto.

Morto il teatro
e morta la danza,
le ballerine anoressiche coi piedi deformi
i ballerini froci col cazzo sempre in mostra davanti a sgallettate in pelliccia che li applaudono alle prime nazionali.

Morto il teatro, la danza
e morto il cinema
chi può dire il contrario?
La maggior parte degli attori nella maggior parte delle pellicole girate dai Lumiere a oggi
stanno tutti qui al camposanto
tutti sotto terra... a fa' la terra pei ceci, come si dice a Roma.

È morta anche la cultura
che infatti viene proprio dal latino còlere, cioè coltivare
una robba che non può che finire sotto terra.

Io sono un intellettuale
e nel disastro generale della cultura salvo solo la televisione.

Che meraviglia la televisione.
È l'unica attività in cui gli esseri umani non si vergognano di presentarsi per quello che sono
ovvero: una merda!
e non una merda fascista o una merda comunista
una merda cattolica o musulmana, atea, ebraica, buddista, animista,
dentista o dantista
ma una merda semplice su cui puoi attaccare un'etichetta qualunque
come sul barattolo per le analisi delle feci
puoi scriverci quello che vuoi:
il tuo nome e cognome, capo della Mafia, Papa e presidente del consiglio,
imperatore di Capri o Faraone d'Egitto,
ma dentro c'è solo un po' di merda
che nel migliore dei casi può diventare concime,
còlere-cultura appunto,
o un balocco per scarabei stercorari.

Io sono un intellettuale
e nella tomba in cui vivo guardo solo la televisione
e non parlo solo di quei programmi in cui la gente si incazza, si sputa e si scoreggia addosso vicendevolmente,
i programmi sono tutti uguali
cambia solo l'etichetta, ma il contenuto è un escremento caldo appena infilato in un barattolo.

Ecco il telegiornale!
"Una donna francese nella periferia di Marsiglia
partorisce due figli e li uccide infilandoli nella ghiacciaia condominiale.
E ora il consiglio della settimana:
come scongelare il polpettone col microonde".

... lo fanno davvero
"The show must go on" dicono,
è come quelli che dicono che però ai tempi del nazifascismo i treni arrivavano in orario... ma arrivavano a Auschwitz!
...e vabbè, ma in "orario"!
sei milioni di clienti e nemmeno una protesta.

"The show must go on" dicono,
come quelli che scrivevano "Arbeit macht frei"
all'entrata di Auschwitz, Dachau, Flossenburg, Gross-Rosen, Sachsenhausen o Terezin.

"The show must go on" dicono in televisione.
Io sono un intellettuale
e nella tomba in cui vivo guardo solo la televisione
l'unica espressione culturale che ribadisce incessantemente la scomparsa definitiva della cultura,
la morte cerebrale.

Io per la televisione c'avrei anche qualche idea,
ho pensato un programma.
Un quiz.
Due concorrenti si sfidano sulle solite domante del cazzo.
Il nome di sette colli, dei sette re di Roma, dei sette nani...
e alla fine
quando si deve proclamare il vincitore
scopriamo dove sono stati pescati i due concorrenti che si sono sfidati per tutta la sera:
non li abbiamo selezionati con eliminatorie dirette
o in base a un curriculum
o per raccomandazione,

Li abbiamo presi in un reparto oncologico,
hanno fatto gli esami
uno ha un tumore maligno e l'altro benigno
ma non hanno ancora in mano i risultati.
Glieli diamo noi in diretta.
"Gentile signor Rossi, lei ha perso... ma tanto non si sarebbe goduto la vincita..
..il suo fegato è cotto!"
Oppure "signor Tal De Tali... ha dai due ai sei mesi per decidere a chi lasciare i soldi che ha vinto rispondendo alle nostre domande,
poi saremo felici di ospitarla nella nostra residenza cimiteriale..
Il suo collega non ha vinto una lira,
ma la macchia che aveva sulla lastra al torace
era solo una caccola!"

Come per dire che l'arte sta sempre dalla parte sbagliata della vita,
che la vita è sempre un'altra cosa.

E se ne sono resi conto anche i nostri governanti
che l'arte è morta, morta... che è morta!
Per questo ci hanno dato un posto al cimitero.

Eppure noi, gli attori abbiamo sempre parlato di voi governanti.

I nostri migliori personaggi da sempre sono stati i voltagabbana,
i traditori, magnaufo a tradimento, mignotte e puttanieri,
noi abbiamo parlato di voi, sempre di voi.

Noi come voi siamo col razzismo ci abbiamo campato:
come avremmo potuto scrivere l'Otello se non ci fosse stato l'odio razziale?
Se Otello era un idraulico di Centocelle ci mancherebbe uno dei momenti più alti del teatro mondiale.

Noi abbiamo trattato Dio come ora fate voi, alla stessa maniera.
Perché anche da noi, quando la situazione si incasinava... deus ex machina!
E lo tiravamo in ballo pure se non c'entrava niente.

Noi siamo artisti,
viviamo nelle tombe
e con la morte ci lavoriamo da sempre.
Sarà che per la tournée ci facciamo un sacco di chilometri in autostrada
e si vedono più incidenti che autogrill...
Ma per anche noi come per voi la morte è uno strumento del mestiere.
Voi governanti approfittate di ogni tragedia...
...proprio come abbiamo sempre fatto noi!
Anche per noi come per voi la morte è un business!

E siamo d'accordo con voi:
che vogliono 'sti medici relativisti?
che significa che il cervello ormai è spappolato?
non basta morire per essere morti davvero!
Io ero Amleto
e morivo sei giorni a settimana
e il giovedì che facevo pure la pomeridiana, morivo due volte al giorno
e alla fine dello spettacolo ero ancora vivo.

E dopo magnavo a quattro ganasce
altro che sondino endogastrico


E siamo d'accordo con voi
anche noi coi morti ci lavoravamo.
Molière, Shakespeare, Pirandello, per non parlare di Sofocle e Euripide
...tutti morti che lavoravano con noi!
Ma almeno noi i morti li portavamo in scena!

Voi rottamate una Panda di dieci anni che ha fatto centomila chilometri
o un motorino smarmittato che cammina ancora,
ma una donna morta da anni....
che solo per caso gli batte ancora un po' il cuore
magari solo perché gli avevate appena cambiato le pile al pace maker
..voi quella la tenete attaccata a un tubo, dite che è in vita!
Pure se è meno meno viva di una Panda rottamata!
e impedite che venga messa sottoterra.

Noi... i morti li portavamo in scena,
ma voi che ci fate co 'sti morti?
Li fate votare?
Ci fate i sondaggi (altro che sondini),
ecco perché aumentate i vostri consensi
e arriverete al 200 per cento.

Il presidente del consiglio dissotterrerà anche gli etruschi e gli antichi romani
e dirà "Tarquinio Prisco vota per me!"

Io vivo in una tomba
perché io sono un intellettuale.

Io vivo in una tomba
e alla fine sono morto

perché m'avete tolto il gusto di lavorare coi miei morti preferiti
perché fate vivere un embrione
e una donna in coma,
ma fate morire per sempre Amleto e Alceste, Medea e Pulcinella.

Sono morto per non essere più un contemporaneo vostro.

Io sono morto perché a stare tra voi viventi mi rodeva troppo il culo
e adesso il mio culo che se lo mangiano i vermi,
esso è diventato una preoccupazione loro
rosicate spaghetti striscianti!

Che precursori i depressi!
appena è stato possibile se ne sono andati a vivere nelle tombe
e hanno preso le migliori, quelle senza finestre.

Se stai chiuso nella tomba non distingui una giornata di sole dal diluvio universale,
le finestre sarebbero una stupida tentazione,
puoi tenerle chiuse, ma hai sempre una possibilità di aprirle per affacciarti fuori,
è come l'ex-fumatore che si va a comprare le sigarette
se vuoi smettere davvero non c'hai il pacchetto sul comodino.

Allora: meglio non avere finestre

Perciò
noi siamo morti.
Siamo morti perché non siamo come voi,
perché se voi siete vivi
è evidente che noi siamo un'altra cosa!


 
Ascanio Celestini  01 aprile 2009

3月31日

Politkovskaja di Roberto Saviano...

un caldo invito a tutti di leggere questo articolo, per ricordare una giornalista, una donna, una guerriera, un esempio a cui riferirsi nelle nostre piccole o grandi cose quotidiane ...
 
 
3月27日

Il Futurismo... e ciò che ne è seguito


Tutte le culture, che via via si sono succedute nel tempo come espressione diretta dei consorzi umani, hanno percepito l’evolversi delle città come una continua trasformazione, profondamente innovativa, capace, oltre che a garantire la sicurezza della propria esistenza, anche di soddisfare il bisogno di nutrire un “immaginario collettivo” insito nella stessa natura umana, perennemente alla ricerca di nuove mitologie nei nuovi luoghi di vita; luoghi, le città, in perenne trasformazione, un cambiamento continuo direttamente percepito da una società che nel suo complesso è assoggettata anch’essa a profonde mutazioni; mutazioni che nel loro divenire divengono traccia e sintesi di ogni attività artistica.
Il Futurismo anticipò, nella sua rappresentazione artistica, i tempi delle trasformazioni sociali, economiche e urbanistiche prodotte dalle scoperte tecnologiche e dall’industrializzazione che scaturì da esse; in questa rappresentazione del futuro, il Futurismo descrisse il mito di una metropoli futura, unitariamente industriale, coesa in un sistema di relazioni entusiasticamente proteso verso un divenire eternamente positivo.
Una prospettiva, questa, purtroppo smentita dagli eventi.
Dalla metà del secolo scorso è iniziato, ed è ancora in atto, un enorme processo di destrutturazione e ricomposizione delle immense periferie suburbane che, ancora oggi, non sono considerate ancora “città” anche se hanno comunque perso le loro caratteristiche di campagna.
Questo enorme processo di “cambiamento” del territorio non risponde ad una corrente di pensiero “dominante”, a un progetto, ad un’idea di governo più o meno condivisibile ma comunque uniforme, ma risponde unicamente all’opera autonoma e quasi anarcoide dei “singoli”, priva di ogni legame progettuale che non sia l’emergenza del bisogno o dell’abuso fine a se stesso, come dicevo implicitamente anarcoide, che col passare del tempo ha sostituito e continua a sostituire tutti quegli archetipi architettonici sino a poco tempo dominanti, basati su mitologie passate (il classico, il rinascimentale, il barocco, ecc.), e sostituiti con infinite baracche/ville dotate di tutti i confort che la tecnologia permette: il video-citofono, la sala giochi, l’antenna satellitare… un caos dove convive l’orribile ed il suo opposto, dove viene esclusa a priori ogni possibilità di relazione umana, trasformando questi luoghi in luoghi/non luoghi, i cui utilizzatori ne sono anche le vittime, tutti rappresi intorno ad una raffigurazione dolente e pessimistica sia del presente che del futuro prossimo venturo.
In quei lontani anni ed in quelli successivi, l’applicazione delle teorie funzionaliste - in continuità con l’incipit futurista sulla metropoli - indicavano in Italia la strada per affrontare ricostruzioni ed emergenze, dando luce ai progetti di Tor Bella Monaca, di Corviale, delle Vele di Secondigliano, dello Zen di Palermo, sino ad arrivare qui vicino, al complesso di Via Morandi.
Complessi abitativi che hanno ospitato e ancora ospitano centinaia di migliaia di famiglie, progettati con un’idea positivista dello sviluppo della città, autosufficienti e funzionali sino a racchiudere in essi l'idea di autosufficienza negli spazi verdi,nei centri commerciali, nei servizi…
Ma qualcosa non ha funzionato, qui come nel Bronx questi esempi di architettura funzionalistica, fatalmente, sono stati travolti dalla trasformazione posta in essere dalle stesse persone cui erano destinati.
Infatti gli ambienti circostanti alle abitazioni si rivelarono inadeguati, molto volte incoerenti con le stesse case, addirittura rispondenti più alle teorie degli architetti che alle stesse modalità di vita degli assegnatari; principalmente per questi apparentemente banali motivi, furono in parte modificati, in parte abbattuti, tutte operazioni e trasformazioni che, di fatto, ne hanno modificato sostanzialmente l’uso a cui i vari moduli erano destinati, trasformando anche le stesse modalità relazionali tra gli esseri umani che li abitavano e contribuendo a portare quei contesti sociali a precipitare in una sorta di nuovo ed originale medio-evo.
Solo recentemente pare che qualcuno stia finalmente comprendendo l’entità e la vastità di quanto è successo nelle estreme periferie italiane: una mutazione informe e anarcoide dei luoghi, delle cose e degli esseri umani che hanno cambiato il volto delle città italiane e la vita delle persone.
3月24日

24 marzo 2009: In memoria dei caduti delle fosse Ardeatine

Oggi le ragazze e i ragazzi di alcune scuole romane hanno ricordato -  con le loro parole, con i loro disegni ed i loro giochi - chi ieri ha sacrificato la propria vita per la libertà di tutti.

                                        
                                                       Omaggio a Gioacchino Gesmundo

3月23日

Una notizia sconfortante...

 

Paolo Montalbano, l'amico, il maestro, il poeta-guerriero, è volato in cielo...

E' andato a raggiungere Marco, il suo giovanissimo figlio...

Orizzonti bui... e sconforto... e dolore, per chi ha avuto la fortuna di percorrere tratti di strada insieme a te… da “Nasce un fiore ad Hebron” che ci ha visti erranti in quei lontani anni,  sino a  pochi mesi or sono, nella tua commovente e bellissima performance  a S.Giovanni, sempre spendendoti per gli ultimi con le parole e i colori della poesia  … 

Paolo, che ti sei sempre rivolto ai giovani  perchè in ogni giovane vedevi   l’immagine del tuo figlio che ti era stato tolto...

Grazie per tutto l’Amore che hai donato.

 

****************

 

da:  PAOLO MONTALBANO: IL SOGNO DELLA TERRA (2007)

di Lorenzo Canova

 

Di fronte alle logiche inflessibili della politica, della ragion di stato, degli scontri etnici, religiosi o ideologici, davanti ai meccanismi gelidi e inderogabili del mercato delle armi o dell’energia, auspicare una pacificazione attraverso le immagini della pittura potrebbe sembrare utopistico, irrealistico o addirittura ingenuo, ma, nonostante tutto, è però ancora necessario sperare, quando ogni cosa sembra perduta e quando la violenza e la crudeltà dominano incontrastate in nome di

esigenze superiori. In una tale situazione, l’arte può avere ancora una funzione fondamentale di testimonianza e di permanenza dei valori “universali” di civiltà e può ancora rivestire un ruolo incisivo e metaforico, anche per la sua capacità di interpretazione e di sublimazione della vita effimera dei messaggi e delle immagini della comunicazione mass-mediatica. Questa può essere allora la sua nuova responsabilità, in un momento in cui si parla, spesso in modo fumoso, di

globalizzazione quando, al contrario, molti eventi sembrano segnati da una logica dove il localismo, l’identità di nazione e di credo vengono spesso usati come armi affilate per attaccare il “diverso”, per eliminare completamente ogni idea di “alterità” e di differenza.

In questo contesto, l’opera di Paolo Montalbano assume dunque un valore particolare: l’artista, infatti, porta avanti da moltissimi anni un lavoro dedicato alla pace in Palestina, in una visione dove la pittura è unita ad una serie di azioni concrete nate per sollecitare l’attenzione collettiva su un dramma che rinnova costantemente le sue tragiche vicende.

Per dare forma concreta al suo progetto artistico, l’artista non sceglie però gli strumenti dell’ideologia e della retorica, ma si muove sui sentieri più allusivi ed efficaci di una visione lirica che si imprime sui dipinti senza trascurare il livello nascosto, ma allo stesso tempo eloquente, del simbolo, la dimensione celata che racchiude un centro ancora in grado di parlare al mondo di oggi e al suo cinismo. I paesaggi di Montalbano sono i paesaggi della terra dei Padri, i paesaggi arcaici che uniscono le religioni del Libro, le terre dove Abramo udiva i richiami del Signore, offriva i suoi sacrifici e riceveva gli angeli e dove Giacobbe dopo una lunga lotta riusciva a vedere faccia a faccia lo stesso Dio.

Queste terre rocciose e aride, che richiamano visivamente i luoghi dove Montalbano è cresciuto, diventano spazi silenziosi e misteriosi, attraversati da cammelli enigmatici e solenni come monumenti di civiltà scomparse, le palme diventano frammenti di una memoria che rievoca racconti di ere lontane, le colline riarse del deserto si riempiono della luce irreale di una luna che sembra unire allegoricamente l’umano e l’ultraterreno. In questo modo, le rocce violette, che l’artista traccia con il gesto ampio e liquido della sua pennellata, annunciano le mura possenti di Gerico poste all’orizzonte e sembrano riecheggiare la Scala sognata da Giacobbe per ricevere in sogno la conferma suprema della benedizione per la sua discendenza, e attraverso quest’ultima, per tutte le genti della terra: un annuncio di concordia celeste tre il Superiore e l’Inferiore, tra il terreno e il divino che oggi appare dimenticato nella direzione apparentemente irreversibile del Male, delle

divisioni insanabili di una guerra perpetua e devastante.

L’autore mescola pertanto le componenti pittoriche e oggettuali del suo lavoro, ritornando alle sue precedenti esperienze analitiche e costruttive, dove l’astrazione in scultura era declinata per avvicinarsi all’architettura e al design, in quell’apertura ambientale dove l’opera occupa anche metaforicamente lo spazio che la contiene. Montalbano utilizza così una soluzione tridimensionale per ridare senso ad un archetipo millenario centrato nel cuore della devozione degli antichi padri, rinnova una figura simbolica divenuta vivente nel nuovo sogno di una Scala innalzata su una terra ferita per unire i contrasti, edificata come una

speranza per la salvezza dei popoli e per il futuro della loro terra comune.

 

2月5日

piccole scintille...

 
C'è un video che furoreggia su you_Tube.
Questo video presenta un bimbo di 4/5 anni che canta in modo straordinario e accattivante "Hei Jude" dei Beatles, accompagnandosi con la mimica e con quei versi possibili solo ad un bimbo di quell'età.
Mi ha colpito, quel video, per tanti motivi... non ultimo quello legato ad una riflessione fatta da un caro amico sull'uso più o meno censurabile che si possono fare di questi fatti, già nel momento in cui si decide di pubblicarli in rete.
Su questo argomento vorrei condividere un ricordo con le due o tre persone che leggono queste mie note.
Un ricordo perso nella notte dei tempi, legato però a questo bambino ed alla sua Hei Jude.
Una piccola storia avvenuta circa 50 anni or sono e che vede un altro bambino di sette anni cantare una canzone che furoreggiava in quell'epoca,
24.000 baci, di Celentano.
Quel bambino si presentava girato di spalle davanti al suo immaginifico uditorio e iniziava...... "Amamiiiiii ..... ti voglio bene.....", poi , con una giravolta si poneva di fronte e continuava "..... con 24000 baci - felici passano le ore....." accompagnando le parole con il "ta.... tata... tatatatatata" del tempo musicale che era il twist.
Occorre ricordare che,  qualche tempo prima di questa scenetta, quel bambino aveva perso la madre, una splendida donna, e come è per tutte le madri, va da se la considerazione che quella donna sconosciuta, andata via prima del tempo,  era l'unico riferimento affettivo di quella piccola creatura.
Ricordo come la scomparsa della mamma aprì al bambino le porte buie del disagio da cui uscì solo con la fine della propria adolescenza, cioè diversi anni dopo.,
Quel canto,  e quelle mosse scimmiottate da comportamenti altrui.... erano probabilmente comportamenti  indotti da ciò che quei lontani tempi proponevano... ma credo che il bambino non era cosciente di questo... il bambino era cosciente di un unico fatto, cioè che, solo  nel momento che compiva quegli atti e cantava quella canzone, gli adulti si fermavano e sorridendo lo guardavano... e ciò lo rendeva contento perchè in quel sorriso di sufficienza coglieva, probabilmente, quella carezza e quell'affetto che non gli era più dato ricevere....
In tempi più recenti quel bambino, divenuto uomo, pensò qualche volta a quell'unico ricordo che imperterrito gli è rimasto di quel tempo... e se da una parte ancora oggi rivive con imbarazzo quella esplicita richiesta inevasa d'amore, dall'altra resta però sempre quel ricordo che lo lega, non si sa ne come ne perchè,  ad una cosa cara andata via, ad un'emozione antica, unica cosa rimasta del buio assoluto di quegli anni difficili.
Racconto tutto questo come se lo raccontassi ogni volta a me stesso e ogni volta dovessi rinnovare le ragioni dei perchè e dei percome delle cose che accadono intorno a noi, e che, come spesso accade, possono essere interpretate in modi totalmente opposti.
1月23日

21,30

Mentre
con fragili ali di farfalla
incerta
ti levavi in volo nella notte
una pioggia di luce
bagnò i nostri visi
e lacerò Il buio.
.....
Ali di luce
ora
illuminano la via
che sembrava ormai persa:
la strada del bosco odoroso
di pino e di pioggia;
la strada dei campi e del grano,
del sole e delle stelle.
.....
Spaventati ci avviamo
anche noi su quel sentiero
mentre
tra le imperterrite lacrime
appare un tenue sorriso.
 
 
 
1月5日

La cima del monte

 

 

Quando iniziano a calare le ombre della notte occorre accellerare il passo per vedere più cose possibili.

Quando si arriva sull''ultimo pianoro, quello più vicino alla cima, di solito si nota, sia a destra che a sinistra, due ampie dorsali prive di alberi. In basso, ancora più  giù, dopo dei piccoli promontori, si notano delle profonde fenditure, come se la montagna fosse stata tagliata in porzioni diseguali. Davanti, appena poco più a valle dal punto di osservazione, si notano altri piccoli pianori  divisi da piccole creste e da cui, occupando l'intero orizzonte, si erge, abbagliante di neve, la cima grande, la cima più alta. Dietro chi osserva si intravedono tratti del percorso compiuto con scorci del ripido terreno avvolto nella nebbia, a tratti rada e a tratti fitta e dove, tra gli ultimi raggi del sole calante, risaltano ancora le macchie gialle delle ginestre e il verde intenso dei faggeti; tutt'intorno al solitario osservatore ghirigori di riflessi rossi pare vogliano salire su, su, fino alla cima della grande montagna.

Solo cosi, tra il silenzio di quei picchi e tra quei colori, tanto tenui quanto intensi, che lo scalatore può  riposare, e pensare a come, l’indomani, possa concludere la propria scalata alla grande cima .

12月5日

Stabat Mater a Labaro

 

 

Melodiosa armonia,

straziante richiamo

scagliato nella notte dell’uomo….

Vita e morte,

come vapore

di rosa appena colta

che di  eros e thanatos

sparge l’essenza..

Altari di carne

e sangue

ove  il canto nasce

e si insinua

in cerchi

sempre più larghi

nei luoghi più bui

e più lontani…

Balsamo miracoloso

che mi soccorre

attraversando il tempo

e lo spazio,

sino a sfiorare l'anima,

la mia anima,

mutata

dalla gentile carezza

 

 

11月6日

Ninne nanne (13 dicembre del cinquantasette )

 

 

Improvvisamente le erano apparsi i dolori.

Si estendevano dalla pancia in tutte le direzioni, sino ad arrivare al petto con fitte atroci, terribili, da lasciarla senza fiato.

Pareva che, dopo l’incidente,  andasse tutto bene… l’ottavo mese di gravidanza stava per essere superato e la prospettiva di questa prima figlia la riempiva d’allegria.

Veramente ne aveva altri due, di figli, maschi, ma la rotondità della pancia l’aveva convinta che questa volta era una femmina,  la prima femmina, e  già prima che nascesse si rivolgeva e parlava con Lei chiamandola per nome, Rita…. Gli raccontava dei fratelli, di come erano belli…. gli preannunciava le prossime feste, ed il Natale… e della befana che avrebbe portato qualche dolcetto anche per Lei….

Quell’incidente, poi, accaduto alcuni giorni prima…. Lei aveva sottovalutato l’urto della moto che l’aveva gettata a terra…. Ma evidentemente qualcosa era successo nel suo corpo…. Qualcosa si era incrinato….  L’aumento esponenziale dell’indice della pro-lattina - denunciato dalle ultime analisi del sangue - era l' indizio di una perniciosa gestosi  e aveva obbligato il suo medico ad ordinargli un urgente ricovero….

Ora era lì… in ospedale, in attesa che liberassero Rita e lei dagli artigli della sofferenza.

Tagliarono.

Nacque Rita dalla breve vita.

Rita fu subito trasferita nella terapia intensiva del reparto di pediatria neo-natale.

Tutti i giorni, per nove giorni, Lei andò al capezzale di sua figlia… la bambina giaceva intubata da sonde e fili in una piccola incubatrice; nella stessa stanza  un lettino ospitava un altro bambino ridotto in fin di vita dalla caduta di una pentola di acqua bollente.

Lei non poteva entrare nella piccola camera asettica, ma poteva vedere sua figlia ed il bambino da un vetro che divideva la stanza da un altra sala.

Davanti quel vetro passò tutti i suoi giorni.

 

"Chi sii?!…. Tu si a’ canaria…

Chi sii?…. Tu si l’ammore…"

 

Cantava la donna…. Ninna nanna dolce e disperata che accompagnava la strenua battaglia che si svolgeva in quella piccola stanza. Ogni sera, per nove giorni quella voce  entrava in quella piccola camera asettica e cullava e accarezzava e rassicurava i due bambini accompagnandoli verso un breve riposo….

 

"Tu comme ‘na madonna

canta sta ninna nanmna

pe’ n’angiulillo ‘ncroce

che vo’ sentì sta voce…"

 

Voce bella e straziante che si spandeva pel corridoio, passava porte e muri e vetri per arrivare nei cuori di infermieri, medici e pazienti…. per tanti era come se tutto si fermasse e ascoltare Dio che parlava con la voce di quella donna…..

.........

Il disperato tentativo di salvare la bambina dall’avvelenamento si scontrò con i limiti tecnologici di quegli anni.

Rita morì il 9 dicembre mentre il  piccolo compagno di viaggio se ne andò il giorno dopo.

 

"Sta voce solitaria

che dint’a notte canta

e tu, comme na santa,

tu sola

mori e canti…"

 

È  forte e straordinario il  cuore di una donna che ama….

Il cuore di un donna che ama è capace di comprendere in se tutta la gioia del mondo, così come ne prende tutto il dolore....

Quella donna scelse di non lasciare soli quei due bambini e andò con loro... era il 13 dicembre del cinquantasette .

 

donna1 

 

11月4日

Impressioni di novembre

 
 
Forte è il cuore,
e caldo, e vivo.
Spinge la vita
per infinite strade.
Salite irte e discese improvvise.
Leggeri declivi e pianure,
e città, e mari, e grandi montagne.
Un percorso  tumultuoso,
mai facile,
su cui viaggiano
emozioni e passioni
di sempre,
di cui da sempre
si è  assetati...
................
 
Con gli ultimi malfermi passi
lentamente m’avvio verso l’uscita.
 
10月26日

L'Allegria

 

Negli antichi orologi solari, quelli che spesso scopriamo sulle pareti dei vecchi palazzi, si trova talvolta una scritta che così recita: «Horas non numero nisi serenas», vale a dire: «Non indico che ore serene».

 Si tratta, è chiaro, di una frase a doppio senso. Il significato più immediato è: «Funziono solo quando il tempo è sereno», cioè quando c'è il sole. Infatti con il cielo coperto l'asticella dell'orologio non proietta la sua ombra sulle cifre sottostanti. Il significato più profondo dell’epigrafe fa invece riferimento a una visione filosofica della vita che scorre.

La bivalenza semantica è tutta giocata sulla parola "serenus", che significa tranquillo, ridente, sgombro di nuvole. In poche parole l'orologio solare conta solo le ore liete, quelle cupe e minacciose le cancella. In questo secondo senso della frase possiamo correttamente sostituire le ore con i giorni: il concetto resta lo stesso perché si tratta di una metafora.

Nei momenti in cui le cose vanno storte bisogna avere la pazienza di aspettare il ritorno del sole, che sempre sbuca fuori al mattino da vincitore.

Poiché la sorte è la vera dominatrice dell'esistenza, non possiamo fare altro che aiutarla a palesarsi quando, nei giorni difficili, non può che esserci amica. Per questo bisogna  passare il tempo che non passa a escogitare il modo di vivere allegramente, anche nelle tenebre notturne: non dobbiamo semplicemente dormire in attesa che ricompaia sul muro l'ombra dell'orologio, il quale, checché ne dica con la sua  frase sibillina, ignora che l'uomo non rinuncia vivere solo perché le ore non passano.

Il saggio non cede la sua allegria al nemico.

                                  Vincenzo Cerami - 2008

 

10月10日

I Comici.... disperati guerrieri...

 

 

Nella trasmissione “Le Iene” di un paio di giorni or sono, una ragazza andava a passeggio (non so dove, Roma o Milano) utilizzando costumi ed abiti di scena delle trasmissione svolte negli ultimi anni dalla rete mediaset.

E’ stato spassoso, e drammatico nello stesso tempo, osservare come, prima “clienti” vogliosi di sesso, poi la polizia, infine i vigili urbani, abbiano fermato quella ragazza per chiedere, ognuno per propria competenza, che “cosa” faceva…

Spassoso in quanto ormai viviamo in un mondo ultra-stereotipato in cui - contravvenendo antichi proverbi - ormai soprattutto l’abito fà il monaco.

Drammatico invece per due motivi:

il primo è la brutalità e l’orrore delle situazioni che convivono vicini alla nostra “normalità”;

il secondo è dato invece dalla amara constatazione che ormai si è consolidato un modello culturale di riferimento sguaiato e volgare, un modello prodotto ed imposto ferocemente e scientificamente da oltre un ventennio da tutte le reti televisive, in particolare da quelle di mediaset, e che ha prodotto i frutti marci che oggi si osservano; Questi marcescenze globali si presentano con un’unica, sostanziale differenza, peraltro squisitamente classista e razziale:

da una parte le posture oscene e gli atteggiamenti anti-umani propagandati - dai cosiddetti mezzi di informazione - come “status-symbol” della “razza padrona”; ogni giorno è dato osservare, sui cosiddetti mezzi di informazione,  fatti infernali, immagini oscene, grugniti ed aerofagie travestite da suoni e parole, tutto vero (anzi, verissimo!), tutto documentato e proteso, con i loro peti ed i loro lazzi, alla conquista di ulteriori spazi del mercato virtuale….

Dall’altra si rilevano le posture oscene e gli atteggiamenti anti-umani scimmiottate dal popolo consumatore, inerte ed ormai assuefatto alla bruttura del modello dominante, immagine degradante e disperante del buio che ci sta avvolgendo.

Ogni tanto un piccolo fuoco, una luce fioca rischiara ed illumina la ragione, un comico (o una comica)… un giornalista…. Una persona qualunque….. ma per poco….. poi arrivano i demoni, Belial, Astradel, e le schiere di sorci che li accompagnano, ad azzannare ai calcagni i malcapitati… a tentare di sbranare i portatore di luce… parlare d’arte, o di satira, o quant’altro con costoro è inutile…. parlare di cose normali con costoro è impossibile.

A gente come me non resta che tentare di alimentare e sostenere quei piccoli fuochi fatui, con il mio affetto e la mia solidarietà che spero condivisa da milioni di persone “normali”.

 

Non c'è nulla da ridere

 

 

10月3日

Arrivederci (friend's memory)

 

 

Arrivederci,
amici di giorni sereni,
ora puri pensieri.
Arrivederci.
Domani si racconterà
di eroici gesti quotidiani.

Altri diranno

dei volti e delle parole

e della vostra passione per le cose normali.

Altri ancora, ogni giorno,
vi vedranno volare
leggeri  
tra i loro ricordi.
E su tutti un sospiro e un pensiero:
Arrivederci,

amici di giorni sereni.

 

 Immagine3bis                                                                                                                                          

 

                                                                 

9月12日

... Nuovi paesaggi urbani....

 

Nuovi paesaggi urbani.... Malagrotta... Scampia... migliaia e migliaia di discariche visibili ed invisibili.

La peste degli ambienti che ormai si tramuta nella peste dei corpi  e  delle anime ...

E le sterili chiacchiere…..

E le finte elezioni, i finti voti e la finta democrazia….

E le finte indignazioni della "gente", nelle chiacchiere da bar….

E la sera, ognuno a casa propria, a morire piano piano davanti alla madre di tutti gli immondezzai, ognuno a digrignare i denti nell’ora dell’odio  o straniarsi in quella dell’amore virtuale.

E'  metastasi ormai ... contagiati i linfonodi del Paese-Sistema-Patria-Nazione-Popolo.. distrutto il sistema immunitario... si osserva ora al corrompimento e morte degli organi vitali.

 

Non c'è più chemio che tenga, nè volenterosi e miracolosi chirurghi...  di quelli, per capirci,  capaci di trasformare la morte in vita...  Al paziente, al nostro amato e sfortunato Paese,  un gesto formale d'addio, un becchino, un "de profundis" di Bocelli (che ci sta sempre), e poi, finalmente, una rapida e illacrimata inumazione.

 

 

                                                                                            pausa bianca                                                                                                      

 

7月10日

Il viaggio corto

                                                                                                            

E’ UN VIAGGIO corto arrivare a Reggio Emilia.

Mo' ci sta pure il treno veloce che da Roma ci metti meno che in macchina.

Quando ci andò mio padre e mia madre in viaggio di nozze ci voleva una giornata. Pure di più perché loro ci arrivarono col 175, una moto che oggi sarebbe un motorino. Più lenta di uno scooter e più rumorosa di un trattore. Erano appena incominciati gli anni sessanta e le donne portavano la gonna.

MIA MADRE s'era presa i pantaloni perché non gli andava di farsi il giro d'Italia seduta di fianco. Poi quando erano in prossimità dei parenti suoi nel profondo Veneto o di quelli di mio padre nella sperduta Lombardia fermavano la motocicletta, lei si cambiava in fretta, facevano gli ultimi metri e si presentava vestita da femmina. Quello era il tempo che per comprarsi il televisore bisognava essere ricchi. Il tempo che le notizie giravano poco e male. Che pure il giornale mica tutti erano buoni a leggerlo. Allora di quei morti che a Reggio Emilia c'erano stati poco prima che loro ci passassero per la il luna di miele... di quei morti lì chissà quanto poco se n’era parlato. Mica come i morti di adesso che riempiono i giornali e i telegiornali.

CHISSÀ QUANTO POCO se ne ricordava mio padre e mia madre di Afro Tondelli. Quello che prima di morire fece in tempo a dire "Mi sparavano addosso come alla caccia". C'aveva l'età mia, anzi un anno di meno. Ma lui faceva l'operaio, era stato partigiano e lo chiamavano Bobi. Per essere sicuro di ammazzarlo raccontano che il poliziotto si inginocchiò e prese la mira. Forse è leggenda, ma che morì questo è vero. Pure Marino Serri era partigiano. Veniva da una famiglia povera e montanara di pecorari e non era stato manco all’elementari. La polizia lo colpì con una raffica di mitra. E pure Emilìo Reverberi che di anni ce riaveva 39. Quando nel '51 lo licenziarono dalle Officine Reggiane c'aveva trent'anni, ma ci lavorava già da più di metà della sua vita. Il più giovane era Ovidio Franchi, manco vent'anni. Faceva le serali per diventare disegnatore meccanico. Si piegò in due per il proiettile che gli entrò nell’addome, corse uno per aiutarlo e la guardia sparò pure a quello. E poi c'era "Modugno”, così chiamavano Lauro Farioli che assomigliava al cantante.

E' UN VIAGGIO CORTO arrivare a Reggio Emilia, non come ai tempi di mio padre e mia madre, ma ci vuole molto più tempo per ricordarsi quello che successe nel luglio di cinquant'anni fa.

Oggi la televisione è piena di morti, ma li vuole freschi di giornata.

Quelli del secolo scorso so' scaduti.

Poi scopro che quei morti stanno proprio dietro casa mia, in fondo a via dei Sette Metri, a Ciampino. Sono quattro stradine attorno a via Lucrezia Romana. Via Serri, via Reverberi, via Franchi e via Tondelli. Solo Lauro Farioli manca. Forse non l'ho trovata io, forse non c'è davvero, forse è un pezzo di prato che solo tra qualche anno diventerà una strada o una piazzetta.

POVERO MODUGNO... C'aveva 22 anni e un figlio piccolo. Gli spararono in petto.

QUEL GIORNO faceva caldo come adesso e lui era uscito in strada coi calzoni corti e le ciabatte.

 

         tratto da “I viaggi della memoria” di Ascanio Celestini           

 

 

6月24日

Il Paese dei sorci

                                                                                                       

Col forcon Asmodeo il corpo infilzava

e l’infernale brace  friggea la carne inerte

e strepitava l’umano nella ria sorte

e tosto esalava  l’ultima bava.

 

                     E Belial, e Astradel e l’altri Malebranche

                     ognun d’essi di forcone dotato

                     pungean le chiappe, l’inguin e il costato

                     delle mortali forme dalle ossa bianche.

 

A lato di tal sabba agghiacciante,

un cupo  rivolo sorgea per oscura magia,

da esso sortiva una  topesca genia

che defecava squittendo nell’aere appestante.

 

                     L’olezzante marrana scorrendo vivace

                     asilo offriva ai liquami di cottura,

                     chè da codesta nauseante mistura

                     vispo nascea il ratto vorace.

 

Svanivano gli umani, a millanta e millanta,

ognuno sciolto nell’infernal marrana,

al loro posto, tempo una settimana,

di sorci s’empì la terra, in misura assai tanta.

 

                   Colle fluenti chiome al vento protese,

                    le rattesche schiere sciamarono di valle in valle,

                    occuparono uffici, televisioni e stalle,

                    subentrando agli umani di ogni paese.

 

Ogni lavoro umano, ogni arte, ogni avventura

trovò col sorcio l’emulo efficace,

un po’ rozzo certo, ma con un peto capace

dopo la montagna trovar la pianura

 

                     Anche l’arte patì la topesca invasione…

                     Per decreto sparì il genio umano!

                     fuori Kandisky dentro Occhiostrano,

                     strabico sorciastro di color marrone.

 

Cancellati Dalì e Savinio, Angiolieri e Francesco!

Fuori Hugo e Beethoven, Virgilio e Corelli…

Qualcuno resta, purchè con squitteschi fratelli,

insieme al gotha del pensiero sorcesco.

 

                Penosa resta una stele e l'evanescente epigramma

                dedicato al Poeta di un tempo ormai lontano:

               "Fu uomo. Raccontò le storie di un Paese umano…

                Ora è Sorcio, e sfiata di sorci e sorche di mamma. "

              mutazione

6月23日

Lacrime

Dalle finestre appannate                                                        
appena socchiuse                                                                    
alcune gocce di pioggia                                                            
zampillano accarezzandomi il viso                                            
assopito chissà dietro quale pensiero.                                        
E nel vedere il germoglio di un fiore sbocciare                           
in una fredda mattina di primavera,                                          
il tocco lieve di quelle finte lacrime                                          
purifica e incanta il mio cuore.                                                 
                                                                    volto