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5月18日 I migranti sono uccelli liberi di Michele Capuano I migranti sono uccelli liberi
5月8日 Elegia dello stato algico
Il
termine ‘elegia’ risulta abbastanza controverso; il significato
classico deriva dalla parola greca, έλεγεία “poema in distico elegiaco”
che a sua volta deriva da έλεγσς “canzone triste” originariamente
accompagnata da un flauto; l’interpretazione corrente vede il termine
‘elegia’ definire un piccolo poema drammatico che tratta di argomenti
di perdita e consolazione, basato su specifiche esperienze personali e
rivolte costantemente verso quelle particolari esperienze. L’influenza
cristiana addolcisce il canto elegiaco del dolore e della perdita
risolvendolo con la rassicurazione di una ricompensa ultraterrena.
4月2日 Grande, straordinario Celestini... (da "Io vivo in una tomba perchè sono un intellettuale")Io vivo in una tomba 3月27日 Il Futurismo... e ciò che ne è seguitoTutte le culture, che via via si sono succedute nel tempo come espressione diretta dei consorzi umani, hanno percepito l’evolversi delle città come una continua trasformazione, profondamente innovativa, capace, oltre che a garantire la sicurezza della propria esistenza, anche di soddisfare il bisogno di nutrire un “immaginario collettivo” insito nella stessa natura umana, perennemente alla ricerca di nuove mitologie nei nuovi luoghi di vita; luoghi, le città, in perenne trasformazione, un cambiamento continuo direttamente percepito da una società che nel suo complesso è assoggettata anch’essa a profonde mutazioni; mutazioni che nel loro divenire divengono traccia e sintesi di ogni attività artistica. Il Futurismo anticipò, nella sua rappresentazione artistica, i tempi delle trasformazioni sociali, economiche e urbanistiche prodotte dalle scoperte tecnologiche e dall’industrializzazione che scaturì da esse; in questa rappresentazione del futuro, il Futurismo descrisse il mito di una metropoli futura, unitariamente industriale, coesa in un sistema di relazioni entusiasticamente proteso verso un divenire eternamente positivo. Una prospettiva, questa, purtroppo smentita dagli eventi. Dalla metà del secolo scorso è iniziato, ed è ancora in atto, un enorme processo di destrutturazione e ricomposizione delle immense periferie suburbane che, ancora oggi, non sono considerate ancora “città” anche se hanno comunque perso le loro caratteristiche di campagna. Questo enorme processo di “cambiamento” del territorio non risponde ad una corrente di pensiero “dominante”, a un progetto, ad un’idea di governo più o meno condivisibile ma comunque uniforme, ma risponde unicamente all’opera autonoma e quasi anarcoide dei “singoli”, priva di ogni legame progettuale che non sia l’emergenza del bisogno o dell’abuso fine a se stesso, come dicevo implicitamente anarcoide, che col passare del tempo ha sostituito e continua a sostituire tutti quegli archetipi architettonici sino a poco tempo dominanti, basati su mitologie passate (il classico, il rinascimentale, il barocco, ecc.), e sostituiti con infinite baracche/ville dotate di tutti i confort che la tecnologia permette: il video-citofono, la sala giochi, l’antenna satellitare… un caos dove convive l’orribile ed il suo opposto, dove viene esclusa a priori ogni possibilità di relazione umana, trasformando questi luoghi in luoghi/non luoghi, i cui utilizzatori ne sono anche le vittime, tutti rappresi intorno ad una raffigurazione dolente e pessimistica sia del presente che del futuro prossimo venturo. In quei lontani anni ed in quelli successivi, l’applicazione delle teorie funzionaliste - in continuità con l’incipit futurista sulla metropoli - indicavano in Italia la strada per affrontare ricostruzioni ed emergenze, dando luce ai progetti di Tor Bella Monaca, di Corviale, delle Vele di Secondigliano, dello Zen di Palermo, sino ad arrivare qui vicino, al complesso di Via Morandi. Complessi abitativi che hanno ospitato e ancora ospitano centinaia di migliaia di famiglie, progettati con un’idea positivista dello sviluppo della città, autosufficienti e funzionali sino a racchiudere in essi l'idea di autosufficienza negli spazi verdi,nei centri commerciali, nei servizi… Ma qualcosa non ha funzionato, qui come nel Bronx questi esempi di architettura funzionalistica, fatalmente, sono stati travolti dalla trasformazione posta in essere dalle stesse persone cui erano destinati. Infatti gli ambienti circostanti alle abitazioni si rivelarono inadeguati, molto volte incoerenti con le stesse case, addirittura rispondenti più alle teorie degli architetti che alle stesse modalità di vita degli assegnatari; principalmente per questi apparentemente banali motivi, furono in parte modificati, in parte abbattuti, tutte operazioni e trasformazioni che, di fatto, ne hanno modificato sostanzialmente l’uso a cui i vari moduli erano destinati, trasformando anche le stesse modalità relazionali tra gli esseri umani che li abitavano e contribuendo a portare quei contesti sociali a precipitare in una sorta di nuovo ed originale medio-evo. Solo recentemente pare che qualcuno stia finalmente comprendendo l’entità e la vastità di quanto è successo nelle estreme periferie italiane: una mutazione informe e anarcoide dei luoghi, delle cose e degli esseri umani che hanno cambiato il volto delle città italiane e la vita delle persone. 3月23日 Una notizia sconfortante...Paolo Montalbano, l'amico, il maestro, il poeta-guerriero, è volato in cielo... E' andato a raggiungere Marco, il suo giovanissimo figlio... Orizzonti bui... e sconforto... e dolore, per chi ha avuto la fortuna di percorrere tratti di strada insieme a te… da “Nasce un fiore ad Hebron” che ci ha visti erranti in quei lontani anni, sino a pochi mesi or sono, nella tua commovente e bellissima performance a S.Giovanni, sempre spendendoti per gli ultimi con le parole e i colori della poesia … Paolo, che ti sei sempre rivolto ai giovani perchè in ogni giovane vedevi l’immagine del tuo figlio che ti era stato tolto... Grazie per tutto l’Amore che hai donato.
da: PAOLO MONTALBANO: IL SOGNO DELLA TERRA (2007)
di Lorenzo Canova
Di fronte alle logiche inflessibili della politica, della ragion di stato, degli scontri etnici, religiosi o ideologici, davanti ai meccanismi gelidi e inderogabili del mercato delle armi o dell’energia, auspicare una pacificazione attraverso le immagini della pittura potrebbe sembrare utopistico, irrealistico o addirittura ingenuo, ma, nonostante tutto, è però ancora necessario sperare, quando ogni cosa sembra perduta e quando la violenza e la crudeltà dominano incontrastate in nome di
esigenze superiori. In una tale situazione, l’arte può avere ancora una funzione fondamentale di testimonianza e di permanenza dei valori “universali” di civiltà e può ancora rivestire un ruolo incisivo e metaforico, anche per la sua capacità di interpretazione e di sublimazione della vita effimera dei messaggi e delle immagini della comunicazione mass-mediatica. Questa può essere allora la sua nuova responsabilità, in un momento in cui si parla, spesso in modo fumoso, di
globalizzazione quando, al contrario, molti eventi sembrano segnati da una logica dove il localismo, l’identità di nazione e di credo vengono spesso usati come armi affilate per attaccare il “diverso”, per eliminare completamente ogni idea di “alterità” e di differenza.
In questo contesto, l’opera di Paolo Montalbano assume dunque un valore particolare: l’artista, infatti, porta avanti da moltissimi anni un lavoro dedicato alla pace in Palestina, in una visione dove la pittura è unita ad una serie di azioni concrete nate per sollecitare l’attenzione collettiva su un dramma che rinnova costantemente le sue tragiche vicende.
Per dare forma concreta al suo progetto artistico, l’artista non sceglie però gli strumenti dell’ideologia e della retorica, ma si muove sui sentieri più allusivi ed efficaci di una visione lirica che si imprime sui dipinti senza trascurare il livello nascosto, ma allo stesso tempo eloquente, del simbolo, la dimensione celata che racchiude un centro ancora in grado di parlare al mondo di oggi e al suo cinismo. I paesaggi di Montalbano sono i paesaggi della terra dei Padri, i paesaggi arcaici che uniscono le religioni del Libro, le terre dove Abramo udiva i richiami del Signore, offriva i suoi sacrifici e riceveva gli angeli e dove Giacobbe dopo una lunga lotta riusciva a vedere faccia a faccia lo stesso Dio.
Queste terre rocciose e aride, che richiamano visivamente i luoghi dove Montalbano è cresciuto, diventano spazi silenziosi e misteriosi, attraversati da cammelli enigmatici e solenni come monumenti di civiltà scomparse, le palme diventano frammenti di una memoria che rievoca racconti di ere lontane, le colline riarse del deserto si riempiono della luce irreale di una luna che sembra unire allegoricamente l’umano e l’ultraterreno. In questo modo, le rocce violette, che l’artista traccia con il gesto ampio e liquido della sua pennellata, annunciano le mura possenti di Gerico poste all’orizzonte e sembrano riecheggiare la Scala sognata da Giacobbe per ricevere in sogno la conferma suprema della benedizione per la sua discendenza, e attraverso quest’ultima, per tutte le genti della terra: un annuncio di concordia celeste tre il Superiore e l’Inferiore, tra il terreno e il divino che oggi appare dimenticato nella direzione apparentemente irreversibile del Male, delle
divisioni insanabili di una guerra perpetua e devastante.
L’autore mescola pertanto le componenti pittoriche e oggettuali del suo lavoro, ritornando alle sue precedenti esperienze analitiche e costruttive, dove l’astrazione in scultura era declinata per avvicinarsi all’architettura e al design, in quell’apertura ambientale dove l’opera occupa anche metaforicamente lo spazio che la contiene. Montalbano utilizza così una soluzione tridimensionale per ridare senso ad un archetipo millenario centrato nel cuore della devozione degli antichi padri, rinnova una figura simbolica divenuta vivente nel nuovo sogno di una Scala innalzata su una terra ferita per unire i contrasti, edificata come una
speranza per la salvezza dei popoli e per il futuro della loro terra comune.
2月5日 piccole scintille...C'è un video che furoreggia su you_Tube.
Questo video presenta un bimbo di 4/5 anni che canta in modo straordinario e accattivante "Hei Jude" dei Beatles, accompagnandosi con la mimica e con quei versi possibili solo ad un bimbo di quell'età.
Mi ha colpito, quel video, per tanti motivi... non ultimo quello legato ad una riflessione fatta da un caro amico sull'uso più o meno censurabile che si possono fare di questi fatti, già nel momento in cui si decide di pubblicarli in rete.
Su questo argomento vorrei condividere un ricordo con le due o tre persone che leggono queste mie note.
Un ricordo perso nella notte dei tempi, legato però a questo bambino ed alla sua Hei Jude.
Una piccola storia avvenuta circa 50 anni or sono e che vede un altro bambino di sette anni cantare una canzone che furoreggiava in quell'epoca,
24.000 baci, di Celentano.
Quel bambino si presentava girato di spalle davanti al suo immaginifico uditorio e iniziava...... "Amamiiiiii ..... ti voglio bene.....", poi , con una giravolta si poneva di fronte e continuava "..... con 24000 baci - felici passano le ore....." accompagnando le parole con il "ta.... tata... tatatatatata" del tempo musicale che era il twist.
Occorre ricordare che, qualche tempo prima di questa scenetta, quel bambino aveva perso la madre, una splendida donna, e come è per tutte le madri, va da se la considerazione che quella donna sconosciuta, andata via prima del tempo, era l'unico riferimento affettivo di quella piccola creatura.
Ricordo come la scomparsa della mamma aprì al bambino le porte buie del disagio da cui uscì solo con la fine della propria adolescenza, cioè diversi anni dopo.,
Quel canto, e quelle mosse scimmiottate da comportamenti altrui.... erano probabilmente comportamenti indotti da ciò che quei lontani tempi proponevano... ma credo che il bambino non era cosciente di questo... il bambino era cosciente di un unico fatto, cioè che, solo nel momento che compiva quegli atti e cantava quella canzone, gli adulti si fermavano e sorridendo lo guardavano... e ciò lo rendeva contento perchè in quel sorriso di sufficienza coglieva, probabilmente, quella carezza e quell'affetto che non gli era più dato ricevere....
In tempi più recenti quel bambino, divenuto uomo, pensò qualche volta a quell'unico ricordo che imperterrito gli è rimasto di quel tempo... e se da una parte ancora oggi rivive con imbarazzo quella esplicita richiesta inevasa d'amore, dall'altra resta però sempre quel ricordo che lo lega, non si sa ne come ne perchè, ad una cosa cara andata via, ad un'emozione antica, unica cosa rimasta del buio assoluto di quegli anni difficili.
Racconto tutto questo come se lo raccontassi ogni volta a me stesso e ogni volta dovessi rinnovare le ragioni dei perchè e dei percome delle cose che accadono intorno a noi, e che, come spesso accade, possono essere interpretate in modi totalmente opposti. 1月23日 21,30Mentre
con fragili ali di farfalla
incerta
ti levavi in volo nella notte
una pioggia di luce
bagnò i nostri visi
e lacerò Il buio.
.....
Ali di luce
ora
illuminano la via
che sembrava ormai persa:
la strada del bosco odoroso
di pino e di pioggia;
la strada dei campi e del grano,
del sole e delle stelle.
..... Spaventati ci avviamo
anche noi su quel sentiero
mentre
tra le imperterrite lacrime
appare un tenue sorriso.
1月5日 La cima del monte
Quando iniziano a calare le ombre della notte occorre accellerare il passo per vedere più cose possibili. Quando si arriva sull''ultimo pianoro, quello più vicino alla cima, di solito si nota, sia a destra che a sinistra, due ampie dorsali prive di alberi. In basso, ancora più giù, dopo dei piccoli promontori, si notano delle profonde fenditure, come se la montagna fosse stata tagliata in porzioni diseguali. Davanti, appena poco più a valle dal punto di osservazione, si notano altri piccoli pianori divisi da piccole creste e da cui, occupando l'intero orizzonte, si erge, abbagliante di neve, la cima grande, la cima più alta. Dietro chi osserva si intravedono tratti del percorso compiuto con scorci del ripido terreno avvolto nella nebbia, a tratti rada e a tratti fitta e dove, tra gli ultimi raggi del sole calante, risaltano ancora le macchie gialle delle ginestre e il verde intenso dei faggeti; tutt'intorno al solitario osservatore ghirigori di riflessi rossi pare vogliano salire su, su, fino alla cima della grande montagna. Solo cosi, tra il silenzio di quei picchi e tra quei colori, tanto tenui quanto intensi, che lo scalatore può riposare, e pensare a come, l’indomani, possa concludere la propria scalata alla grande cima . 12月5日 Stabat Mater a Labaro
Melodiosa armonia, straziante richiamo scagliato nella notte dell’uomo…. Vita e morte, come vapore di rosa appena colta che di eros e thanatos sparge l’essenza.. Altari di carne e sangue ove il canto nasce e si insinua in cerchi sempre più larghi nei luoghi più bui e più lontani… Balsamo miracoloso che mi soccorre attraversando il tempo e lo spazio, sino a sfiorare l'anima, la mia anima, mutata dalla gentile carezza
11月6日 Ninne nanne (13 dicembre del cinquantasette )
Improvvisamente le erano apparsi i dolori. Si estendevano dalla pancia in tutte le direzioni, sino ad arrivare al petto con fitte atroci, terribili, da lasciarla senza fiato. Pareva che, dopo l’incidente, andasse tutto bene… l’ottavo mese di gravidanza stava per essere superato e la prospettiva di questa prima figlia la riempiva d’allegria. Veramente ne aveva altri due, di figli, maschi, ma la rotondità della pancia l’aveva convinta che questa volta era una femmina, la prima femmina, e già prima che nascesse si rivolgeva e parlava con Lei chiamandola per nome, Rita…. Gli raccontava dei fratelli, di come erano belli…. gli preannunciava le prossime feste, ed il Natale… e della befana che avrebbe portato qualche dolcetto anche per Lei…. Quell’incidente, poi, accaduto alcuni giorni prima…. Lei aveva sottovalutato l’urto della moto che l’aveva gettata a terra…. Ma evidentemente qualcosa era successo nel suo corpo…. Qualcosa si era incrinato…. L’aumento esponenziale dell’indice della pro-lattina - denunciato dalle ultime analisi del sangue - era l' indizio di una perniciosa gestosi e aveva obbligato il suo medico ad ordinargli un urgente ricovero…. Ora era lì… in ospedale, in attesa che liberassero Rita e lei dagli artigli della sofferenza. Tagliarono. Nacque Rita dalla breve vita. Rita fu subito trasferita nella terapia intensiva del reparto di pediatria neo-natale. Tutti i giorni, per nove giorni, Lei andò al capezzale di sua figlia… la bambina giaceva intubata da sonde e fili in una piccola incubatrice; nella stessa stanza un lettino ospitava un altro bambino ridotto in fin di vita dalla caduta di una pentola di acqua bollente. Lei non poteva entrare nella piccola camera asettica, ma poteva vedere sua figlia ed il bambino da un vetro che divideva la stanza da un altra sala. Davanti quel vetro passò tutti i suoi giorni.
"Chi sii?!…. Tu si a’ canaria… Chi sii?…. Tu si l’ammore…"
Cantava la donna…. Ninna nanna dolce e disperata che accompagnava la strenua battaglia che si svolgeva in quella piccola stanza. Ogni sera, per nove giorni quella voce entrava in quella piccola camera asettica e cullava e accarezzava e rassicurava i due bambini accompagnandoli verso un breve riposo….
"Tu comme ‘na madonna canta sta ninna nanmna pe’ n’angiulillo ‘ncroce che vo’ sentì sta voce…"
Voce bella e straziante che si spandeva pel corridoio, passava porte e muri e vetri per arrivare nei cuori di infermieri, medici e pazienti…. per tanti era come se tutto si fermasse e ascoltare Dio che parlava con la voce di quella donna….. ......... Il disperato tentativo di salvare la bambina dall’avvelenamento si scontrò con i limiti tecnologici di quegli anni. Rita morì il 9 dicembre mentre il piccolo compagno di viaggio se ne andò il giorno dopo.
"Sta voce solitaria che dint’a notte canta e tu, comme na santa, tu sola mori e canti…"
È forte e straordinario il cuore di una donna che ama…. Il cuore di un donna che ama è capace di comprendere in se tutta la gioia del mondo, così come ne prende tutto il dolore.... Quella donna scelse di non lasciare soli quei due bambini e andò con loro... era il 13 dicembre del cinquantasette .
11月4日 Impressioni di novembreForte è il cuore,
e caldo, e vivo.
Spinge la vita
per infinite strade.
Salite irte e discese improvvise.
Leggeri declivi e pianure,
e città, e mari, e grandi montagne.
Un percorso tumultuoso,
mai facile,
su cui viaggiano
emozioni e passioni
di sempre,
di cui da sempre
si è assetati...
................
Con gli ultimi malfermi passi
lentamente m’avvio verso l’uscita.
10月26日 L'Allegria
Negli antichi orologi solari, quelli che spesso scopriamo sulle pareti dei vecchi palazzi, si trova talvolta una scritta che così recita: «Horas non numero nisi serenas», vale a dire: «Non indico che ore serene». Si tratta, è chiaro, di una frase a doppio senso. Il significato più immediato è: «Funziono solo quando il tempo è sereno», cioè quando c'è il sole. Infatti con il cielo coperto l'asticella dell'orologio non proietta la sua ombra sulle cifre sottostanti. Il significato più profondo dell’epigrafe fa invece riferimento a una visione filosofica della vita che scorre. La bivalenza semantica è tutta giocata sulla parola "serenus", che significa tranquillo, ridente, sgombro di nuvole. In poche parole l'orologio solare conta solo le ore liete, quelle cupe e minacciose le cancella. In questo secondo senso della frase possiamo correttamente sostituire le ore con i giorni: il concetto resta lo stesso perché si tratta di una metafora. Nei momenti in cui le cose vanno storte bisogna avere la pazienza di aspettare il ritorno del sole, che sempre sbuca fuori al mattino da vincitore. Poiché la sorte è la vera dominatrice dell'esistenza, non possiamo fare altro che aiutarla a palesarsi quando, nei giorni difficili, non può che esserci amica. Per questo bisogna passare il tempo che non passa a escogitare il modo di vivere allegramente, anche nelle tenebre notturne: non dobbiamo semplicemente dormire in attesa che ricompaia sul muro l'ombra dell'orologio, il quale, checché ne dica con la sua frase sibillina, ignora che l'uomo non rinuncia vivere solo perché le ore non passano. Il saggio non cede la sua allegria al nemico. 10月10日 I Comici.... disperati guerrieri...
Nella trasmissione “Le Iene” di un paio di giorni or sono, una ragazza andava a passeggio (non so dove, Roma o Milano) utilizzando costumi ed abiti di scena delle trasmissione svolte negli ultimi anni dalla rete mediaset. E’ stato spassoso, e drammatico nello stesso tempo, osservare come, prima “clienti” vogliosi di sesso, poi la polizia, infine i vigili urbani, abbiano fermato quella ragazza per chiedere, ognuno per propria competenza, che “cosa” faceva… Spassoso in quanto ormai viviamo in un mondo ultra-stereotipato in cui - contravvenendo antichi proverbi - ormai soprattutto l’abito fà il monaco. Drammatico invece per due motivi: il primo è la brutalità e l’orrore delle situazioni che convivono vicini alla nostra “normalità”; il secondo è dato invece dalla amara constatazione che ormai si è consolidato un modello culturale di riferimento sguaiato e volgare, un modello prodotto ed imposto ferocemente e scientificamente da oltre un ventennio da tutte le reti televisive, in particolare da quelle di mediaset, e che ha prodotto i frutti marci che oggi si osservano; Questi marcescenze globali si presentano con un’unica, sostanziale differenza, peraltro squisitamente classista e razziale: da una parte le posture oscene e gli atteggiamenti anti-umani propagandati - dai cosiddetti mezzi di informazione - come “status-symbol” della “razza padrona”; ogni giorno è dato osservare, sui cosiddetti mezzi di informazione, fatti infernali, immagini oscene, grugniti ed aerofagie travestite da suoni e parole, tutto vero (anzi, verissimo!), tutto documentato e proteso, con i loro peti ed i loro lazzi, alla conquista di ulteriori spazi del mercato virtuale…. Dall’altra si rilevano le posture oscene e gli atteggiamenti anti-umani scimmiottate dal popolo consumatore, inerte ed ormai assuefatto alla bruttura del modello dominante, immagine degradante e disperante del buio che ci sta avvolgendo. Ogni tanto un piccolo fuoco, una luce fioca rischiara ed illumina la ragione, un comico (o una comica)… un giornalista…. Una persona qualunque….. ma per poco….. poi arrivano i demoni, Belial, Astradel, e le schiere di sorci che li accompagnano, ad azzannare ai calcagni i malcapitati… a tentare di sbranare i portatore di luce… parlare d’arte, o di satira, o quant’altro con costoro è inutile…. parlare di cose normali con costoro è impossibile. A gente come me non resta che tentare di alimentare e sostenere quei piccoli fuochi fatui, con il mio affetto e la mia solidarietà che spero condivisa da milioni di persone “normali”.
10月3日 Arrivederci (friend's memory)
Arrivederci, Altri diranno dei volti e delle parole e della vostra passione per le cose normali. Altri ancora, ogni giorno, amici di giorni sereni.
9月12日 ... Nuovi paesaggi urbani....
Nuovi paesaggi urbani.... Malagrotta... Scampia... migliaia e migliaia di discariche visibili ed invisibili. La peste degli ambienti che ormai si tramuta nella peste dei corpi e delle anime ... E le sterili chiacchiere….. E le finte elezioni, i finti voti e la finta democrazia…. E le finte indignazioni della "gente", nelle chiacchiere da bar…. E la sera, ognuno a casa propria, a morire piano piano davanti alla madre di tutti gli immondezzai, ognuno a digrignare i denti nell’ora dell’odio o straniarsi in quella dell’amore virtuale. E' metastasi ormai ... contagiati i linfonodi del Paese-Sistema-Patria-Nazione-Popolo.. distrutto il sistema immunitario... si osserva ora al corrompimento e morte degli organi vitali.
Non c'è più chemio che tenga, nè volenterosi e miracolosi chirurghi... di quelli, per capirci, capaci di trasformare la morte in vita... Al paziente, al nostro amato e sfortunato Paese, un gesto formale d'addio, un becchino, un "de profundis" di Bocelli (che ci sta sempre), e poi, finalmente, una rapida e illacrimata inumazione.
7月10日 Il viaggio corto
E’ UN VIAGGIO corto arrivare a Reggio Emilia. Mo' ci sta pure il treno veloce che da Roma ci metti meno che in macchina. Quando ci andò mio padre e mia madre in viaggio di nozze ci voleva una giornata. Pure di più perché loro ci arrivarono col 175, una moto che oggi sarebbe un motorino. Più lenta di uno scooter e più rumorosa di un trattore. Erano appena incominciati gli anni sessanta e le donne portavano la gonna. MIA MADRE s'era presa i pantaloni perché non gli andava di farsi il giro d'Italia seduta di fianco. Poi quando erano in prossimità dei parenti suoi nel profondo Veneto o di quelli di mio padre nella sperduta Lombardia fermavano la motocicletta, lei si cambiava in fretta, facevano gli ultimi metri e si presentava vestita da femmina. Quello era il tempo che per comprarsi il televisore bisognava essere ricchi. Il tempo che le notizie giravano poco e male. Che pure il giornale mica tutti erano buoni a leggerlo. Allora di quei morti che a Reggio Emilia c'erano stati poco prima che loro ci passassero per la il luna di miele... di quei morti lì chissà quanto poco se n’era parlato. Mica come i morti di adesso che riempiono i giornali e i telegiornali. CHISSÀ QUANTO POCO se ne ricordava mio padre e mia madre di Afro Tondelli. Quello che prima di morire fece in tempo a dire "Mi sparavano addosso come alla caccia". C'aveva l'età mia, anzi un anno di meno. Ma lui faceva l'operaio, era stato partigiano e lo chiamavano Bobi. Per essere sicuro di ammazzarlo raccontano che il poliziotto si inginocchiò e prese la mira. Forse è leggenda, ma che morì questo è vero. Pure Marino Serri era partigiano. Veniva da una famiglia povera e montanara di pecorari e non era stato manco all’elementari. La polizia lo colpì con una raffica di mitra. E pure Emilìo Reverberi che di anni ce riaveva 39. Quando nel '51 lo licenziarono dalle Officine Reggiane c'aveva trent'anni, ma ci lavorava già da più di metà della sua vita. Il più giovane era Ovidio Franchi, manco vent'anni. Faceva le serali per diventare disegnatore meccanico. Si piegò in due per il proiettile che gli entrò nell’addome, corse uno per aiutarlo e la guardia sparò pure a quello. E poi c'era "Modugno”, così chiamavano Lauro Farioli che assomigliava al cantante. E' UN VIAGGIO CORTO arrivare a Reggio Emilia, non come ai tempi di mio padre e mia madre, ma ci vuole molto più tempo per ricordarsi quello che successe nel luglio di cinquant'anni fa. Oggi la televisione è piena di morti, ma li vuole freschi di giornata. Quelli del secolo scorso so' scaduti. Poi scopro che quei morti stanno proprio dietro casa mia, in fondo a via dei Sette Metri, a Ciampino. Sono quattro stradine attorno a via Lucrezia Romana. Via Serri, via Reverberi, via Franchi e via Tondelli. Solo Lauro Farioli manca. Forse non l'ho trovata io, forse non c'è davvero, forse è un pezzo di prato che solo tra qualche anno diventerà una strada o una piazzetta. POVERO MODUGNO... C'aveva 22 anni e un figlio piccolo. Gli spararono in petto. QUEL GIORNO faceva caldo come adesso e lui era uscito in strada coi calzoni corti e le ciabatte.
tratto da “I viaggi della memoria” di Ascanio Celestini
6月24日 Il Paese dei sorci
Col forcon Asmodeo il corpo infilzava e l’infernale brace friggea la carne inerte e strepitava l’umano nella ria sorte e tosto esalava l’ultima bava.
E Belial, e Astradel e l’altri Malebranche ognun d’essi di forcone dotato pungean le chiappe, l’inguin e il costato delle mortali forme dalle ossa bianche.
A lato di tal sabba agghiacciante, un cupo rivolo sorgea per oscura magia, da esso sortiva una topesca genia che defecava squittendo nell’aere appestante.
L’olezzante marrana scorrendo vivace asilo offriva ai liquami di cottura, chè da codesta nauseante mistura vispo nascea il ratto vorace.
Svanivano gli umani, a millanta e millanta, ognuno sciolto nell’infernal marrana, al loro posto, tempo una settimana, di sorci s’empì la terra, in misura assai tanta.
Colle fluenti chiome al vento protese, le rattesche schiere sciamarono di valle in valle, occuparono uffici, televisioni e stalle, subentrando agli umani di ogni paese.
Ogni lavoro umano, ogni arte, ogni avventura trovò col sorcio l’emulo efficace, un po’ rozzo certo, ma con un peto capace dopo la montagna trovar la pianura
Anche l’arte patì la topesca invasione… Per decreto sparì il genio umano! fuori Kandisky dentro Occhiostrano, strabico sorciastro di color marrone.
Cancellati Dalì e Savinio, Angiolieri e Francesco! Fuori Hugo e Beethoven, Virgilio e Corelli… Qualcuno resta, purchè con squitteschi fratelli, insieme al gotha del pensiero sorcesco.
Penosa resta una stele e l'evanescente epigramma dedicato al Poeta di un tempo ormai lontano: "Fu uomo. Raccontò le storie di un Paese umano… Ora è Sorcio, e sfiata di sorci e sorche di mamma. " 6月23日 Lacrime |
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