Alessandro's profileLa Grazia dei TemplariPhotosBlogListsMore Tools Help

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    July 10

    Il viaggio corto

                                                                                                                

    E’ UN VIAGGIO corto arrivare a Reggio Emilia.

    Mo' ci sta pure il treno veloce che da Roma ci metti meno che in macchina.

    Quando ci andò mio padre e mia madre in viaggio di nozze ci voleva una giornata. Pure di più perché loro ci arrivarono col 175, una moto che oggi sarebbe un motorino. Più lenta di uno scooter e più rumorosa di un trattore. Erano appena incominciati gli anni sessanta e le donne portavano la gonna.

    MIA MADRE s'era presa i pantaloni perché non gli andava di farsi il giro d'Italia seduta di fianco. Poi quando erano in prossimità dei parenti suoi nel profondo Veneto o di quelli di mio padre nella sperduta Lombardia fermavano la motocicletta, lei si cambiava in fretta, facevano gli ultimi metri e si presentava vestita da femmina. Quello era il tempo che per comprarsi il televisore bisognava essere ricchi. Il tempo che le notizie giravano poco e male. Che pure il giornale mica tutti erano buoni a leggerlo. Allora di quei morti che a Reggio Emilia c'erano stati poco prima che loro ci passassero per la il luna di miele... di quei morti lì chissà quanto poco se n’era parlato. Mica come i morti di adesso che riempiono i giornali e i telegiornali.

    CHISSÀ QUANTO POCO se ne ricordava mio padre e mia madre di Afro Tondelli. Quello che prima di morire fece in tempo a dire "Mi sparavano addosso come alla caccia". C'aveva l'età mia, anzi un anno di meno. Ma lui faceva l'operaio, era stato partigiano e lo chiamavano Bobi. Per essere sicuro di ammazzarlo raccontano che il poliziotto si inginocchiò e prese la mira. Forse è leggenda, ma che morì questo è vero. Pure Marino Serri era partigiano. Veniva da una famiglia povera e montanara di pecorari e non era stato manco all’elementari. La polizia lo colpì con una raffica di mitra. E pure Emilìo Reverberi che di anni ce riaveva 39. Quando nel '51 lo licenziarono dalle Officine Reggiane c'aveva trent'anni, ma ci lavorava già da più di metà della sua vita. Il più giovane era Ovidio Franchi, manco vent'anni. Faceva le serali per diventare disegnatore meccanico. Si piegò in due per il proiettile che gli entrò nell’addome, corse uno per aiutarlo e la guardia sparò pure a quello. E poi c'era "Modugno”, così chiamavano Lauro Farioli che assomigliava al cantante.

    E' UN VIAGGIO CORTO arrivare a Reggio Emilia, non come ai tempi di mio padre e mia madre, ma ci vuole molto più tempo per ricordarsi quello che successe nel luglio di cinquant'anni fa.

    Oggi la televisione è piena di morti, ma li vuole freschi di giornata.

    Quelli del secolo scorso so' scaduti.

    Poi scopro che quei morti stanno proprio dietro casa mia, in fondo a via dei Sette Metri, a Ciampino. Sono quattro stradine attorno a via Lucrezia Romana. Via Serri, via Reverberi, via Franchi e via Tondelli. Solo Lauro Farioli manca. Forse non l'ho trovata io, forse non c'è davvero, forse è un pezzo di prato che solo tra qualche anno diventerà una strada o una piazzetta.

    POVERO MODUGNO... C'aveva 22 anni e un figlio piccolo. Gli spararono in petto.

    QUEL GIORNO faceva caldo come adesso e lui era uscito in strada coi calzoni corti e le ciabatte.

     

             tratto da “I viaggi della memoria” di Ascanio Celestini           

     

     

    June 24

    Il Paese dei sorci

                                                                                                           

    Col forcon Asmodeo il corpo infilzava

    e l’infernale brace  friggea la carne inerte

    e strepitava l’umano nella ria sorte

    e tosto esalava  l’ultima bava.

     

                         E Belial, e Astradel e l’altri Malebranche

                         ognun d’essi di forcone dotato

                         pungean le chiappe, l’inguin e il costato

                         delle mortali forme dalle ossa bianche.

     

    A lato di tal sabba agghiacciante,

    un cupo  rivolo sorgea per oscura magia,

    da esso sortiva una  topesca genia

    che defecava squittendo nell’aere appestante.

     

                         L’olezzante marrana scorrendo vivace

                         asilo offriva ai liquami di cottura,

                         chè da codesta nauseante mistura

                         vispo nascea il ratto vorace.

     

    Svanivano gli umani, a millanta e millanta,

    ognuno sciolto nell’infernal marrana,

    al loro posto, tempo una settimana,

    di sorci s’empì la terra, in misura assai tanta.

     

                       Colle fluenti chiome al vento protese,

                        le rattesche schiere sciamarono di valle in valle,

                        occuparono uffici, televisioni e stalle,

                        subentrando agli umani di ogni paese.

     

    Ogni lavoro umano, ogni arte, ogni avventura

    trovò col sorcio l’emulo efficace,

    un po’ rozzo certo, ma con un peto capace

    dopo la montagna trovar la pianura

     

                         Anche l’arte patì la topesca invasione…

                         Per decreto sparì il genio umano!

                         fuori Kandisky dentro Occhiostrano,

                         strabico sorciastro di color marrone.

     

    Cancellati Dalì e Savinio, Angiolieri e Francesco!

    Fuori Hugo e Beethoven, Virgilio e Corelli…

    Qualcuno resta, purchè con squitteschi fratelli,

    insieme al gotha del pensiero sorcesco.

     

                    Penosa resta una stele e l'evanescente epigramma

                    dedicato al Poeta di un tempo ormai lontano:

                   "Fu uomo. Raccontò le storie di un Paese umano…

                    Ora è Sorcio, e sfiata di sorci e sorche di mamma. "

                  mutazione

    June 23

    Lacrime

    Dalle finestre appannate                                                        
    appena socchiuse                                                                    
    alcune gocce di pioggia                                                            
    zampillano accarezzandomi il viso                                            
    assopito chissà dietro quale pensiero.                                        
    E nel vedere il germoglio di un fiore sbocciare                           
    in una fredda mattina di primavera,                                          
    il tocco lieve di quelle finte lacrime                                          
    purifica e incanta il mio cuore.                                                 
                                                                        volto
    June 09

    l'Uomo e la Tigre...

              

                                                                                                                        

     .... ovvero "Senza Grethel , Hansel  è perso!"  tendastrisce

    Sinossi:

    La prima immagine vede, uno di fronte all’altra, un uomo ed una tigre; l'uomo è stato aggredito ed, in un atto di estrema difesa, ha portato la mano e parte del avambraccio destro  nelle fauci del poderoso animale.

    Nonostante il dolore per le ferite subite dalle potenti zanne, la mano destra dell'uomo è però riuscita ad artigliare una parte delle zone molli interne alla bocca dell’animale. 

    Non è dato sapere come ciò sia potuto accadere, nè come la tigre si sia trovata lì; è fuggita da uno zoo? è frutto degli incubi dell’uomo? .... oppure l'uomo e la tigre vivono la drammatica conclusione di un incidente circense? 

    La scena suggerisce, immotivata ma forte, la sensazione che la Tigre attendesse solo quell'uomo; la certezza  che l'animale abbia scelto quell'uomo, scartando ogni altra preda.

    Non esiste nessun elemento ne è dato sapere ad alcuno come l'animale sia arrivato all'uomo.

    Il passare del tempo vede la immutabilità della scena: l'avambraccio e la mano destra dell’uomo continuano ad essere immersi nelle grandi fauci della tigre mentre un rivolo di sangue scorre giù, lungo il braccio, sino al gomito dove, per effetto della gravità, cola in terra e alimenta una piccola pozza che via via si allarga; anche la tigre sente il dolore della propria scomoda situazione ed il continuo ringhìo gorgogliante ne sottolinea la continuità;

    L’uomo  è cosciente che l’unica sua salvezza è riposta in quella presa e nella resistenza al dolore ed alla fatica che riuscirà a mantenere.

    L’uomo e l’animale ormai legati  formano una figura immobile, una figura apparentemente normale, priva degli aspetti drammatici che invece competerebbero ad un evento del genere: le due figure paiono quasi una coreografia capace di trasmettere vitalità e curiosità in chi osserva....  in precedenza, e per un attimo, l'uomo aveva tentato di aiutarsi con l'altra mano, la sinistra....  infilarla nella bocca dell'animale e strappare le fauci, sino ad uccidere la bestia... ma la tigre, quasi leggendogli nel pensiero, abbattè una zampa sulla spalla dell'uomo che, a sua volta, riuscì ad afferrarla con la mano libera. Ora sono fermi così... vicinissimi, sembra anzi che i due esseri si parlino amichevolmente… sembra che stiano per compiere qualche atto ludico, che stiano giocando, apparenti figure di un  balletto fantastico che richiama alla mente Esopo e le sue fiabe.

    La storia, invece, è la storia di un confronto mortale..... mortale per chi? per l’uomo?, per la tigre? per entrambi? ...... allo stato occorre far finta di non saperlo...

    Il trascorrere del tempo vede  come, nei due esseri, si susseguano razionalità estreme ed istinti primordiali; come si pongono in atto tentativi tesi  e far  cessare a proprio favore quella situazione di stallo: disperati tentativi di estrema e scoraggiata difesa.

    I due esseri si fronteggiano, con gli occhi e la mente cercano di individuare il punto  debole nella difesa dell'avversario; valutano momento per momento le proprie capacità e le  possibilità di successo di eventuali azioni...  risulta evidente come l'uomo ogni tanto si abbandona a fantastiche visioni percorrendo con la mente strane vie di fuga.... non è dato sapere però  se quei pensieri sono i fuochi fatui di una disperata speranza, oppure la razionale sintesi di passate esperienze;  non è nemmeno dato sapere se anche la tigre, da parte sua, percepisca il pericolo insito anche nella sua scomoda posizione o, perchè no, nello scorrere del tempo... non è dato sapere nulla della vita precedente dell'animale, e se anch'essa, per tirarsi fuori da quella scomoda posizione, possa trarre spunto dalle proprie esperienze passate....   

    Schiacciati dall'evolversi del fantastico evento, ognuno dei due esseri è completamente  assorbito e chiuso nella propria essenza giacchè ambedue sono coscienti che solo nella loro essenzialità potranno forse vincere e sopraffare l'avversario... di certo c'è l'originalità della situazione:mai  l'uomo s'era trovato aggredito da una tigre, come peraltro mai la povera tigre s'era trovata presa per l'apparato faringeo da un uomo.

    Sia l’uomo che l’animale si avviano verso l'epilogo finale che per ora facciamo finta di non conoscere.

     

     

     Capitolo I°

    (continua?...)

     

    April 05

    Paso doble (Canto a due vocii)

    "…fermo, ormai vicino alla luce,
    vinto da amore,
    la sua Euridice si voltò incantato a guardare.
    Così gettata al vento la fatica,
    infranta la legge del tiranno spietato,
    tre volte si udì un fragore
    nelle paludi dell'Averno."

     

     

    EURIDICE 

     

    Non te ne andare, amore mio....

    Non spegnere la luce dei tuoi occhi

    Che guardano il mondo come nessun altro;

    non fermare la tua voce, espressione e

    suono dolce della tua anima

    che a volte vibrante di indignazione,

    altre incerta e tremula di paura

    ed altre carica d’amore,

    arriva al cuore che sa intendere

    la musica che sai suonare.

    Non te ne andare.

    Non fermare i tuoi passi leggeri o pesanti

    Su questa terra; lei sorride dei tuoi problemi,

    lei sorride quando non ti avvedi della sua gioia

    nel sostenerti.

    Non fermare il tuo respiro

    Che tanta forza,

    tanta consolazione e conforto

    dispensa intorno a se.

    Respiro e Spirito coraggioso,

    padrone di un’anima eletta che

    non riesce ad incarnare ciò che le appartiene in alto.

    Anima bella che si affanna perdendosi nel buio della materia.

    Vibra alto amore mio, respira ....altro.

    Sorridi ad ogni nuovo giorno

    Perchè nuovo sarà se lo vorrai,

    allarga le braccia al mondo

    con cuore puro e ricevi il suo dono.

    Non attaccarti alle illusioni ma

    Vivi ciò che è vero solo dentro di te.

    Gioisci di ogni tuo respiro,

    gioisci di ogni tuo sguardo,

    di ogni nuvola che leggera si trasforma e diventa altro,

    gioisci di ogni colore, di ogni fiore che ti regala

    la sua bellezza e in silenzio diventa altro.

    Ama il vento che respira e gioca tra gli alberi

    E porta con se la memoria di ogni luogo,

    ogni volto,  ogni cosa che ha sfiorato.

    Ama il cielo, dove vive il resto di te,

    che ti segue, ti aiuta, ti consola ed incoraggia

    a trovare la vera strada.

    Non te ne andare amore mio.

    Non ci sono altri occhi che mi guardano come i tuoi,

    non ho altri abbracci che mi fanno sentire a casa...

    come i tuoi,

    mai nessun sorriso arriva al mio cuore

    come il tuo,

    mai nessuna mano si è unita alla mia

    con quella protezione, quella accoglienza,

    quella complicità che è data solo a noi.

    Non c’è su questa terra un’altra anima vicina a me, come la tua.

    Non te ne andare.

    Sono forte perchè esisti,

    sono forte perchè ho conosciuto il tuo amore,

    sono forte perchè ci sei,

    rispecchio la forza che è in te, non lo vedi?

    Non cullarti nel nulla,

    non adagiarti nel manto di velluto nero della notte;

    Grida, Urla, Salta, Corri, Canta...

    tira fuori tutta la tua rabbia,

    il rancore e l’impotenza verso la vita.

    Scappa !  scappa dalle tue ipocrisie, dalle tue paure che un giorno vedrai

    In tutta la loro puerilità.

    VIVI!!!

    Ti prego....vivi!

    Vivi la gioia,

    vivi la leggerezza che la vita insegna

    a chi sa guardare,

    vivi l’amore che la vita offre in ogni istante

    con il suo semplice esistere,

    vivi la speranza che è certezza,

    certezza che possiamo cambiare perchè

    in quel respiro che ci anima in ogni istante

    c’è il grande respiro dell’universo.

    Volgi il tuo sguardo verso la luce,

    non guardare il marcio che c’è

    ma lavora semplicemente per la pulizia,

    non contagiarti con  il dolore ed il buio con cui gli uomini si avvolgono,

    ma lavora incessantemente per il bene,

    per la comprensione di ciò che accade e la positività.

    Tutto ha un senso che sfugge ai nostri occhi bambini,

    unico nostro dovere è lavorare per il meglio,

    con tutto il nostro cuore.

    VIVI amore mio,

    non te ne andare.....ti prego.

     

                                                                                orfeo               

     

     

    January 08

    Ughetto

    A furor di popolo era stato eletto fornitore ufficiale dei dolcetti davanti la Scuola.

    Non si sapeva chi era né da dove veniva.

    Ughetto apparve un giorno davanti ai cancelli della vecchia scuola: un piccolo uomo alto quanto un bambino di terza, una gobba sulla spalla destra metteva in rilievo le piccole braccia e le piccole mani che svelte creavano, da pagine strappate da vecchi ed inutili libri, cartoccetti di carta che riempiti dalle cose contenute nel suo carretto verde, venivano poi vendute ai piccoli e viziosi acquirenti; Ughetto sembrava senza fianchi e dal tronco partivano direttamente  due misere appendici terminanti con due enormi scarpe che simulavano piedi probabilmente inesistenti, circostanza questa che metteva seriamente in discussione le bambinesche certezze in materia di deambulazione degli adulti.

     

    A nessuno era dato sapere come Ughetto si muovesse; nessuno sapeva a che ora Ughetto arrivava nel suo luogo abituale di lavoro, né come faceva per riuscire ad andarsene via, a casa sua, una volta terminate le lezioni, andato via l’ultimo studente  e chiusa la scuola. 

    Anzi! A nessuno  è stato consentito di sapere come Ughetto viveva, né come facesse ad apparire e sparire lì, davanti l’ingresso della scuola, né quali erano le sue difficoltà quotidiane,  i suoi sogni, le sue speranze.

    Questo non impediva ad Ughetto di appropriarsi delle mille storie dei bambini che ogni giorno si avvicinavano al suo carretto verde.

    Probabilmente lo smercio delle sue magiche polveri gli aveva donato la straordinaria capacità di capire i piccoli ed i grandi drammi che i bambini vivono e che i grandi ignorano, e questo lo portava a dare sempre una parola giusta al bambino che acquistava la sua merce e che, anzi, la comprava sapendo che insieme al cartoccetto contenente la magica polvere o le stupende castagne mosciarelle avrebbe avuto anche quella parola con la quale anche quel giorno avrebbe sconfitto i mostri che tentavano di aggredirlo nella fantasia.

    Ughetto appariva all’alba, seduto sul muretto di recizione che circondava il plesso scolastico, nei pressi dell’entrata principale ed iniziava a smerciare la sua mercanzia meravigliosamente addobbata dietro il coperchio di vetro del suo mitico carretto verde.

    E, così come misteriosamente appariva, alle tredici e trenta, uscito l’ultimo bidello dalla scuola, Ughetto magicamente spariva,  e con esso spariva anche il suo carretto verde e, in quel fatidico intervallo di tempo, smerciava la sua dolcissima mercanzia a poche lire e con essa smerciava le sue raccomandazioni ed il suo amore.

    Capitava ogni tanto che qualcuno, al posto del prezzo pattuito per l’acquisto della golosità quotidiana, gli dava in cambio un vecchio libro, come quella volta, quando un bambino dallo sguardo triste e dalle enormi scarpe, aperte davanti come se anch’esse avessero fame, gli diede un libro strano, un libro che aveva solo la copertina con su scritto “Libro” e appena mezza pagina scritta ed il resto delle pagine tutte bianche.

    Ughetto conosceva quel bambino e tutto quello che aveva passato, e anche se non ne aveva bisogno - con la scusa che era terminata la carta per i cartoccetti - prese quel libro in cambio di una razione generosa di castagnaccio e di mosciarelle, anzi! Le razioni di mosciarelle e di castagnaccio furono servite direttamente su i primi due fogli bianchi staccati da quel vecchio libro, in modo da far credere al piccolo bambino triste quanto quel baratto fosse stato necessario…..

    Era così Ughetto: un cuore difficile da immaginare senza un carretto verde…

    Era una simbiosi perfetta quella che univa Ughetto al suo carretto verde; non era possibile distinguere dove finisse uno e dove cominciava l’altro; intuitivamente si comprendeva come, una volta definiti i confini di Ughetto, il carretto poteva consistere in una grande cassa di legno con quattro ruote malamente appiccicate, sormontato da un grande coperchio di vetro, pulito e trasparente in modo che i piccoli acquirenti potessero vedere e scegliere la pregiata mercanzia: Castagnaccio puro “brown sugar” di prima scelta, Mosciarelle di S.Vito di prima cottura, lo squisito Carrubo Dolce Siciliano e, leccornie delle leccornie, i famosi Lupini di Rocca Canterano.

     

     

    Quando Ughetto fu arrestato dalla polizia segreta e gli trovarono addosso, o meglio, trovarono sul carretto verde, centinaia e centinaia di dosi di farina di castagnaccio già confezionata in bustine, decine e decine di fave di carrubo siciliano, chili e chili di Castagne mosciarelle e di Lupini; nello stesso momento un blitz compiuto dai reparti speciali del Mercato Globale perquisì centinaia di bambini ed a quasi tutti furono trovate e requisite  bustine di di Mosciarelle di S.Vito e di Lupini di Rocca Canterano, addirittura alcuni furono trovati in possesso del famoso  Castagnaccio delle pre-Alpi Liguri, prezioso ed economico dolcetto  che si pensava ormai completamente sostituito dalle famigerate  “gommose”,  cioè da quell’artifizio chimico imposto dal mostruoso Golem Globale, che tutto vuole e tutto possiede.

     

    Lo scandalo, montato ad arte utilizzando tutti i mass-media a disposizione, fu enorme.

    Mentre i bambini tentavano di organizzare dei nuclei di resistenza organizzando addirittura “la corsa della Befana” per tentare di far fuggire Ughetto, i grandi,  immemori ed ormai schiavi delle nuove regole, assistettero passivi alla tragedia.

    Ughetto fu rinchiuso in una prigione segreta, sconosciuta a tutti e da dove era impossibile evadere. Una prigione a prova di evasione, a prova di grida di aiuto, a prova di odore, dove anche gli aromi e gli odori furono incatenati  e fatti prigionieri per sempre.

    Da quella prigione Ughetto un giorno sparì senza lasciare alcuna traccia e senza che nessuno ne reclamasse nemmeno il ricordo.

    Insieme a Lui sparirono il Castagnaccio, il Carrubo, le Castagne Mosciarelle ed i famosi Lupini di Rocca Canterano.

     Il carretto verde e tutto ciò che in esso era contenuto fù distrutto e gettato in una discarica.

    November 18

    Il linguaggio della periferia

     

    Da quando la preistoria è divenuta Storia, le espressioni culturali dei consorzi umani hanno percepito l’evolversi della città come un continuo sommovimento innovativo capace, oltre che di garantire sicurezza e benessere, anche di soddisfare nell’immaginario collettivo, specialmente negli ultimi due secoli, il bisogno continuo di nuove mitologie in quanto luogo reale, fisico, immediatamente percepibile della società in trasformazione e quindi, in questa continua mutazione essere, archetipo e sintesi di ogni creatività artistica.

    Anticipando i tempi delle effettive e comunque non generalizzate trasformazioni socioeconomiche prodotte dall’industrializzazione e dalle scoperte tecnologiche, i futuristi descrivevano, mitizzandola, una metropoli unitariamente industriale, un organismo tentacolare freneticamente proteso nel suo divenire eternamente positivo.

    Mai una prospettiva di un futuro possibile si è dimostrata così fallace, almeno nelle sue connotazioni globali.

    I sommovimenti socio-culturali iniziati a metà del secolo scorso ed ancora non conclusi, trovano una diretta corrispondenza nell’enorme processo di destrutturazione e ricomposizione delle immense periferie suburbane, ancora oggi campagna non più campagna - città non ancora città, dove non è più una corrente lineare di pensiero dominante a governare la trasformazione ma è l’opera dei  singoli; un continuo operare e trasformare  privo di ogni legame progettuale,implicitamente anarchico e sostanzialmente già post-moderno, che via via, con le infinite baracche/ville sorte spontaneamente e dotate di sala hobby e antenna satellitare, è andato a sostituire gli archetipi architettonici fino allora basati sulle mitologie classiche o rinascimentale; un magma dove convive l’orrendo e l’informe ed i suoi opposti, dove viene esclusa ogni possibilità di relazioni umane trasformando la periferia in luoghi/non luoghi, i cui usufruitori/vittime sono tutti raggrumati intorno ad una rappresentazione dolente e pessimistica del presente e del futuro.

    Negli stessi anni, in Italia si progettavano e costruivano Tor Bella Monaca, Corviale, Via Morandi, lo Zen di Palermo, esempi di architettura funzionalistica e che, fatalmente, sarebbe stata travolta  dalla trasformazione posta in essere dagli stessi a cui quei manufatti erano destinati. Rivelandosi inadeguati ed incoerenti con gli ambienti circostanti e alieni alle stesse modalità di vita degli assegnatari, quegli agglomerati furono in parte modificati, in parte abbattuti,tutte operazioni e trasformazioni che, di fatto, ne hanno modificato sostanzialmente l’uso a cui i vari moduli erano destinati, trasformando anche le stesse modalità relazionali tra gli esseri umani che li abitavano e portando quei contesti sociali a precipitare in una sorta di organizzazione tribale, quasi un nuovo ed originale medio-evo.

    Solo nei primi anni ’80 si inizia a discutere di quanto, in alternativa a quella idea “ufficiale” di sviluppo socio-culturale, era invece già accaduto; in pratica dovettero passare almeno due decenni dal comprendere che una sorta di spurio movimento popolare post-modernista, totalmente ignorato dalle culture dominanti, aveva trovato una sua originale strada per affermarsi in Italia. E solo oggi si  comprende pienamente  l’entità e la vastità di quanto sta succedendo nelle estreme periferie delle grandi città italiane: una mutazione informe e anarcoide dei luoghi, delle cose e degli esseri umani che hanno cambiato il volto delle città italiane e la vita delle persone.

    Da questo popolo e da questi luoghi nascono  i nuovi linguaggi della periferia; da questo popolo e da questi luoghi nascono i nuovi  artisti che ne interpretano i simboli.

    November 10

    Ricordando Garibaldi

      

    Il 23 novembre prossimo cadrà l'anniversario della decapitazione di Targhini e Montanari, due intellettuali che, durante il periodo risorgimentale, si opposero al potere temporale dello Stato pontificio.

    Più o meno nello stesso periodo storico centinaia e centinaia di Italiani venivano giustiziati sulle varie piazze delle capitali dei vari staterelli, ducati, marchesati e pricipati in cui era divisa l'Italia; parodie di Stati guidati da cognati, fratelli, cugini e figli di papi e imperatori.

     
    Il fiume di sangue di quei lontani sacrifici tinse i cuori di generazioni di futuri Italiani e colorò le camicie di un manipolo di eroi che, guidati da un personaggio straordinario, riunificò la Storia di un popolo interrotta mille anni prima dall’entrata in Italia dalle orde di Attila e dei suoi emuli.

     

    MALATEMPORA

     

    Sull’onda dell’odio e della violenza, che oggi pare l’unico modello di riferimento nel nostro disgraziato Paese, ora qualcuno dà del "ladro di cavalli" e del "malfattore" ad una persona che  dopo aver conseguito quel grandioso obiettivo, nel momento massimo del proprio potere personale, decise di ritirarsi (forse uno dei pochissimi esempi nella Storia italiana)  tornando alle proprie attività quotidiane.
    Nel periodo attuale pare che, con l’urlo e lo strepitio, si voglia impedire il ragionamento e la riflessione di tutti, buttandola, come si dice, “in caciara”, probabilmente perché in questa confusa condizione, è sempre possibile dividere, frazionare, umiliare ceti sociali che oggi, in Italia,  stanno vivendo condizioni disperanti di subalternità economica , sociale e culturale,  frutto e retaggio proprio di quelle patologie politiche ed economiche di cui sono espressione anche coloro che  vomitano insulti  su ogni diversità.
                                                                                             studio su centauri
     
    November 02

    Parti complementari

    Se il nulla scolpisse la propria immagine

    Allora quel volto  avrebbe le tue fattezze.

     

    femm_graal    "Anche nascere è stato un problema per te!" – esclamò la madre mentre stavano camminando – "Pensa, mi ricordo ancora l’irritazione di tuo padre quando gli dissi che ero incinta di te.... Doveva essere solo una breve storia, sia per me che per lui;  avevamo altri progetti e quella, per noi, doveva essere una vacanza, un'avventura e basta."

    Il figlio ancora non riesce a  riprendersi dalla sorpresa per l’inusuale ed inatteso incontro con sua madre  che metteva in discussione gran parte delle certezze  maturate,  prima tra tutte quella della definitività della morte, giacché sua madre, almeno per quanto a lui risultava, erano decenni che riposava nel vecchio cimitero monumentale.

    Ed ora invece eccola lì,  passeggiava con lei in luoghi strani, percorrendo antichi sentieri dimenticati  da tutti ed a lui sconosciuti.

    "Ricordo ancora" – Lei continuò – "l’imbarazzo dei suoi gesti, delle sue parole, mentre ne parlava con i suoi. Quasi si vergognasse….."

    Continuando a camminare arrivano su di un promontorio che costeggia una profonda fenditura che li divide dal resto della montagna;  si fermano ad osservare il panorama che si stende sotto di loro. Frutto di antichi movimenti sismici, quasi fosse una dolente ferita, il crepaccio si perde verso profondità inimmaginabili.

    "Ricordo…." – prosegue ancora la donna – ".. che era bello, anzi bellissimo! Non ero convinta, però, di unirmi a Lui e sei stato tu a farmi decidere…"

    "Una volta deciso però dovetti combattere per tenermelo, contro sua madre, contro le altre donne che lo volevano, contro tutti perché tutti lo volevano, tutti rimanevano affascinati da quel leggiadro narciso… Chiunque, estasiato da quella sgargiante livrea, ne rimaneva conquistato! Chiunque, vedendolo, vedeva appagato il proprio cuore che si faceva leggero leggero, lasciando alle proprie spalle ogni preoccupazione, ogni timore."

    Via via che la stava ascoltando l'uomo scopre che i propri  pensieri sono sommersi da un rancore sordo, cattivo, dal sapore acido, misto ad  altre sensazioni indistinte e riversa quel mare ribollente di odio contro la persona che ora , inconsapevolmente, diviene il colpevole solo per l'aver conosciuto persone così generose ed incredibili. Si convince che solo a costui va assegnata la responsabilità di aver cancellato il ricordo di questa fantastica donna.

    I due si siedono su di una grossa pietra, proprio sul limite dello strapiombo.

    Lei continua: "Non essere arrabbiato! Cerca di capire quello che sto dicendo....  Non devi prendertela con Lui! Per Lui non c’è nulla che deve essergli perdonato se non la sua umanità."

    "Vedi, le tue idee presuppongono l’uomo monolite, incorrotto, che pur di affermare la propria essenza abbatta lo stato della propria sofferenza.. Ma lo sai che non è così; guarda bene dentro di te! L’uomo, in quanto tale, risente della sua umanità! E’ grandezza, ma è anche corruzione. L’eroismo e la vigliaccheria viaggiano uniti, sono parti opposte della stessa moneta, e nessuno ha avuto mai la capacità di slegarli quando si affronta la vita."

    "Figlio mio, i grandi orizzonti sono per pochi, a me e te è solo concesso di legarli alle nostre piccole cose.... I nostri confini sono nelle cose quotidiane... sono nella vita che, giorno dopo giorno, si divide con gli altri."

    La donna si alza dall’improvvisato sedile.. "è quasi l'alba....  devo andare... pensa a  quello che ti ho detto!" ,  abbraccia l'uomo rimasto seduto  e si avvia verso un sentiero prima invisibile e apparso al lato del masso; l'uomo si alza e di nascosto si asciuga  alcune lagrime..

    November 01

    Dove passa l'amore...

                                                                                                                      Finestra  

    In una qualsiasi condizione patologica il vero problema  non è l'invadenza delle persone a cui si è legati da amicizia e da affetto,  ma, parrà  strano, dalla possibile invadenza di chi vive lo stato di malattia; invadenza peraltro dovuta al bisogno istintivo per ognuno di condividere uno stato che, via via che passa il tempo, si percepisce, a ragione od a torto, come definitivo.

    Uno degli effetti più deleteri di questa condizione, non importa quanto essa sia grave, è quello di porre, nei momenti di crisi più nera, la persona colpita in una sorta di sindrome di autoreferenzialità cosmica, dove tutto e tutti vengono legati alla propria "disperante" ed "ineluttabile" condizione.

    E' quasi un avvilimento psicologico che, nei casi più gravi, rischia di far vincere la malattia prima del tempo; in quei momenti succede che, come pulcini spaventati, si cerca un conforto in ogni occasione, anche la più estranea o aliena, con il rischio di essere evitati e addirittura sfuggiti per la maniacale monotematicità degli argomenti che, ogni volta che ci si incontra, si "tirano fuori".

    Un pensiero, un affettuoso interessamento, un qualcosa riconducibile a quello che io definisco "una carezza all'anima", da parte di un occasionale interlocutore, diventa unguento e panacea che riesce  a lenire ed attenuare tensioni che, in ogni momento, rischiano di conflagare in gesti o atti definitivi.

    Anche se capita qualche volta di attraversare questo  sentiero, occorre fare ogni sforzo per sfuggire a questa micidiale tentazione; basta, in generale,   un pizzico d'amore che permetta di essere lieve e leggero con le persone che ci vivono intorno, e poi, sempre con un pizzico d'amore condito con un pò di curiosità per le cose degli altri  (non esagerare.... come si dice per le cose di cucina, quanto basta.... )  affaccendarsi nelle cose solite, scrivere qualcosa, leggere molto, ascoltare la musica a cui si è legati, dipingere qualche volta, se si è in grado...  cioè fare tutte quelle cose che tirano fuori le cose belle che ognuno possiede e che non lasciano spazio ai pensieri disperanti, ma che assorbono ogni attenzione e che fanno vivere mille vite diverse.

    Solo così è possibile evitare di pensare o di parlare delle nostre afflizioni , ormai forse ben conosciute ospiti, riservandoci di parlarne in maniera compiuta con gli amici medici che ci seguono.

    Ciò non toglie il piacere di ricevere, come qualche volta succede, qualche  "carezza nell'anima" che ci permetterà di avvertire una sorta di condivisione, con la persona che ce l'ha rivolta e con il mondo intero, per le cose che ho appena scritto. E forse da lì, da quel piccolo atto d'amore, che passa la guarigione.....

    October 22

    Cercando

    Ogni giono andiamo cercando un silenzio ed una sintonia che acquieti le nostre confusioni e le nostre preoccupazioni, confusioni e preoccupazioni dovute dalla velocità di una vita che, se non si è accorti,  rischia di divorare carni e sentimenti, quelle nostre carni caduche ed instabili e quei sentimenti, per noi cari e preziosi, che riteniamo unica cosa vera, ed in cui ritroviamo, ogni volta che li riscopriamo, la nostra fondamentale ragione di vita.

    Trovando quel silenzio e quella sintonia  ritorna possibile ascoltare quelle sensazioni vacue e inafferrabili, fonte di gioie ed amarezze, comunque frutto di noi stessi e del nostro doloroso essere quotidiano; piccole cose dimenticate  che ci parlano e ci parleranno sempre d’Amore verso ciò che a noi è più caro…. Un figlio…. la persona amata...  il ricordo di un padre, di una madre o di  amici persi….  le persone incontrate e che, anche se a modo loro, ci hanno amato ….le persone sconosciute che incontreremo domani e quelle che non incontreremo mai…. Noi stessi, infine, involucri doloranti di anime incontentabili….. L’amore è come il pensiero…. È il pensiero…. appare disperatamente vacuo ed inconsistente ed invece è potentissimo a tal punto da permettere cose incredibili a tanti….. a tutti quelli incatenati all’unica speranza che quel pensiero continui ad esistere, così tenue eppure così potente.

    August 31

    il senso della vita

             Foto senza titolo      ….Ha cinque anni, e ora prova una sorda  rabbia per suo  fratello minore e per tutte le attenzioni a lui riservate da parte di nonni e zie e a lui negate solo per quei due anni di differenza in più che li dividono.

    E’ un  luminoso giorno di dicembre, e per riaffermare a se stesso ed agli altri i propri vilipesi diritti, ha deciso di avventurarsi in una solitaria  caccia verso improbabili e ritardatarie lucertole nei campi che circondano la vecchia casa dei nonni, armato di uno strano strumento, fatto da elastici ricavati da una vecchia camera d’aria e da un pezzaccio di legno forcuto, e impropriamente e maestosamente chiamato fionda.

    Sono già alcuni giorni che, insieme al fratello, dorme a casa dei nonni. E’ convinto che sia una  vacanza, e non è che si è posto molte domande per il fatto di non essere a scuola; tutt’altro. Con i nonni gode della massima libertà e la mamma ed il papà sono ricordi un po’ lontani.

    Un attimo e tutti i progetti vengono  azzerati dalla nonna che, con fare imperioso, comunica che si deve tornare a casa, cioè a casa vera, quella di mamma e papà, e lo costringe ad un supplemento aggiuntivo del quotidiano e tragico rituale delle pulizie, cerimonia aggravata da una vestizione particolare, propria dei giorni speciali. Nel suo piccolo angusto cervello tutto ciò appare insensato e particolarmente punitivo e quindi, frignando e lacrimando copiosamente, sente il dovere di rimarcare il proprio dissenso.

    Sempre  piagnucolando entra nella casa piena di gente silenziosa, dolorosamente assorta in pensieri a lui sconosciuti.

    C'è un sacco di gente intorno al letto grande dove sua madre sta  riposando….

    Già, sua madre che, proprio mentre tutti lo stanno guardando, gli toglie  le scarpe, a lui  ed al fratello, e lo  abbraccia forte forte… e lo  bacia… e lo  fa entrare nel grande  letto mentre lui vuole sprofondare sotto terra per la vergogna di essere guardato da tutte quelle enormi persone che, tutte serie, tutte zitte, tutte compunte, lo guardano e non dicono nulla…. 

    E così, con quell’umiliante senso di vergogna  inizia a piangere a dirotto, mentre tra quelle braccia da cui vorrebbe fuggire  raccoglie inconsapevolmente le ultime parole d’amore, le ultime lacrime di gioia e di tristezza, l’addio alla vita di una splendida donna. 

    June 29

    cronache dal mesozoico

    E' metà mattina.
    Un gruppo di nomadi attraversa la piazza.
    Non è dato sapere da quale di uno dei numerosi campi che circondano il quartiere arrivino.
    Non è dato sapere da quale etnia provengono; forse sono Rom Korakhanè, o forse Sinti, oppure sconosciuti Manouches; sono due donne, un uomo,  un paio di bambini e un ragazzo un pò più grandicello.
    L’unica cosa apparentemente certa è che probabilmente fanno parte delle migliaia di nomadi che popolano le favelas che circondano la zona.
    Entrano nella Banca, l’unica banca che si affaccia sulla piazza, a quell’ora piena di clienti.
    Non è dato sapere cosa debbono fare in banca, forse debbono cambiare dei soldi, o forse li depositano.
    Con allegra confusione si mettono tutti nella fila di persone posta davanti lo sportello.
    L’ambiente è piccolo e gli aspri odori che provengono dal gruppo si spargono per l’aria.
    Qualcuno dei clienti in fila sorride, qualcun altro non c’è la fa e va via imprecando e accorciando la fila.
    Dopo circa mezz’ora, compiute le operazioni che si erano prefisse, i nomadi allegramente sciamano verso l’uscita.
    A momentaneo ricordo della visita etnica rimane una enorme mucchio di feci in mezzo al salone della banca.
    Intorno ai residui fecali alcuni clienti ed impiegati speculano filosoficamente sul senso della vita di ognuno chiedendosi come ciò fosse possibile.               
                                                                                                     ballerina
    May 04

    Un sorriso e vola

     

    "Cò Romeo cé parlo tutti i giorni che lo vado a trovà!"

    Voltando le spalle a Sgarone, Erminia sistemò meticolosamente il piccolo fiore dentro il vaso di pietra, estrasse un fazzoletto di carta dalla tasca del cappotto iniziando a sfregare energicamente la foto posta sulla lapide.

    "… E ppoi è commodo, er purmann….", continuò, "Te lascia proprio lì, all'incrocio cò i palazzi rossi…"

    Il ragazzo seguì  con lo sguardo l'indicazione, soffermando lo sguardo sulle tombe poco distanti.

    Era straordinaria, quella piccola valle, e la giornata luminosa ne accentuava le diverse caratteristiche rendendo i colori ora più accesi, ora più tenui. Su un promontorio alla loro destra, però, un immenso e disumano cartellone pubblicitario di colore ocra deturpava clamorosamente l'anima e l'ambiente, raccomandando, con logica intrigante, l'acquisto di lapidi e accessori presso una nota ditta.

    "..Questo è 'n bacio pé ttù nipote; …. Questo pé ttu fijo…" continuò Erminia, "… t'avo detto che te portavo 'e rose rosse se vincevamo pè'r Campidoijo…. Mò c'è Vertroni n'artra vorta !…. è 'n brav'omo…"

    Quelle parole e quei baci erano la chiave di Erminia per entrare nel mondo di Romeo e, cullato da esse, il ragazzo lasciò vagare il suoi occhi tra i giacigli disseminati sul terreno fermando lo sguardo sulle lapidi che riflettevano i volti più giovani e domandandosi quale vita questi potevano aver vissuto.

     

     

    April 28

    Ragazzi sbranati dalla primavera

    Cinque giorni a Torino 
     
    Il 28 maggio finalmente l'80ª brigata "Garibaldi" riceve l’ordine di attaccare il presidio tedesco alla stazione Dora. Il combattimento è violento e si conclude con la resa dei tedeschi.
    A  sera però i nazifascisti tengono ancora la linea tra Piazza Statuto, corso Principe Eugenio, corso Regina Margherita (piazza Emanuele Filiberto esclusa), i Giardini Reali, piazza Cavour, piazza Carlo Felice, corso Oporto, corso Mediterraneo.
    La situazione si trascina per tutto il 29, tra scambi improvvisi di colpi e scontri feroci all’arma bianca.
    È l'alba del 30 aprile, un reparto tedesco si avvicina ad un gruppo di palazzine occupate dai partigiani; innalza bandiera bianca; quando però si trova a breve distanza apre il fuoco contro i garibaldini. Questi ripiegano combattendo. Lo scontro con scambi sporadici di colpi si protrae per quasi tutta la giornata.
    Durante la sparatoria, partigiani e civili riescono a recuperare i feriti, trasportandoli nella infermeria provvisoria predisposta dietro piazza Carlo Felice; i caduti per il momento vengono ignorati. 
    In via Oporto la sera vede il disimpegno  delle pattuglie  tedesche che presiedono il Militarkommandantur ed il loro ricongiungimento  con le truppe del generale Schlemmer; utilizzando dei sottopassaggi opportunamente predisposti, alcuni soldati della milizia fascista  si dileguano con l’aiuto della notte, mentre altri rimangono nascosti e asserragliati nella palazzina del comando tedesco e si predispongono ad azioni di cecchinaggio che anche nel  1° maggio dà segni della sua attività disperata prendendo di mira chiunque agisse nel loro raggio di azione.
    Quel giorno, il 1° maggio, si apre con qualche colpo sporadico d’arma da fuoco nei pressi di corso Oporto ed una feroce sparatoria in piazza Castello. 
    Le staffette sono comandate ad avvertire  i diversi gruppi dei combattenti  che alcune unità anglo-americane stanno facendo il loro ingresso a Torino; partono insieme in bicicletta, le tre staffette,  e non hanno modo di accorgersi della granata lanciata dal tetto del palazzo se non quando essa esplode.
    ***
          Silvano
    Si sentiva bene.  Era la prima volta, da  quando  era  diventato partigiano, che si sentiva tranquillo e sereno… Addirittura non sentiva nemmeno fame, eppure l'ora del pranzo  era passata da un pezzo!
     Non si ricordava bene cosa era successo;  era salito sulla bicicletta con gli ordini da portare, ha salutato gli amici che partivano insieme a lui, e poi, poi… boh!…. aspetta… si… si… ora ricordava, il botto ed il dolore al basso ventre…. Cazzo! L’avevamo cacciati tutti ieri…. Sembrava che non c’era più nessun tedesco… invece….Porca miseria….
    La granata lanciata dal tetto era esplosa proprio in mezzo alle loro biciclette.
    Non sapeva bene dove era stato ferito, l'unica cosa che avvertiva ora era il dolore atroce al basso ventre e l'insensibilità delle gambe che proprio non riusciva a muovere. Il dolore alla pancia era feroce, però si accorse che se teneva le braccia conserte su di essa un pò il dolore si alleviava; poi pensava con paura alle gambe ed all’insensibilità che provava; aveva paura che non c’è l’aveva più, le gambe, e quindi non voleva guardare.
    In contrasto a queste sensazioni si opponeva un certo senso di euforica allegria, quel qualcosa di eroico e giocoso fatalismo  proprio dell'età che possedeva…. Aho! Era quasi contento di essere ferito, così a casa, quando sarebbe ritornato, avrebbe avuto qualcosa da mostrare che confermava le sue avventure.
    In fondo per lui la guerra era iniziata come un gioco quando, in quel luminoso maggio dell'anno prima scappo di casa.
    Il sedicenne vede la morte come un’entità astratta.
     Egli è lontano dall’idea che tutto può cessare; nell’adolescente è totale il senso di essere protagonisti sempre di storie e avventure straordinarie; per sua natura egli, di fronte ad ogni evento, si pone privo di paura  con l’idea che tutto gli è possibile; con questo spirito affronta quindi ogni evento, dai più banali al più terribile, la guerra, dove, anche se sarà colpito, si rialzerà poi sghignazzando e commentando il gioco insieme ai suoi amici.
    Purtroppo così non è.
    Silvano scappò da casa dopo una violenta discussione con suo padre.
    Non ricordava più la causa di quell’ennesimo litigio, ma con suo padre c’era solo la  scelta da quale lettera dell’alfabeto iniziare per trovare motivi di scontro.
    Però, di andare a fare il partigiano l’aveva subito pensato, e le notizie che aveva sentito su un mitico territorio chiamato “Langhe” e sulle brigate che davano filo da torcere ai tedeschi l’avevano affascinato.
    Non si ricordava nemmeno come, arrivò lì in Piemonte, l’unica cosa che ricordava era di aver camminato per settimane.
    Era venuto a conoscenza di infiniti luoghi, inimmaginabili allora per un ragazzo di città di sedici anni;  addirittura l’estate prima s’era fermato in una masseria vicino Carrara, dove aveva aiutato alla mietitura in cambio di vitto e alloggio; incontrò moltissime persone che, seppure all'inizio lo consideravano bambino, dovevano poi ricredersi, ché lui, nonostante i suoi sedici anni, era già uomo.
     Poi, verso settembre, finalmente arrivò lì, a Torino, la sua meta, dove riuscì ad entrare in una formazione partigiana dell’80ª  Brigate Garibaldi, la prima con cui entrò in contatto e che operava nei paesi della cintura nord di Torino.
    Gli fu dato subito l’incarico di staffetta, per la sua velocità e per la sua sveltezza; aveva partecipato anche ad alcune azioni armate.
    Le Brigate Garibaldi per lui erano la legenda, ed ora che ne faceva parte si sentiva un eroe omerico.
    Durante il suo lungo viaggio, tanti  gli avevano raccontato, giurando e spergiurando, che gli uomini, della Garibaldi erano un ira di Dio e che da soli avevano tenuto testa per quarantotto ore ad un'intera divisione in rastrellamento,  quella di Schlemmer, appoggiata da alcuni "Tigre" e da due brigate di repubblichini.
    Represse un moto di rabbia prendendosela con se stesso per essere stato colpito. Non sentiva più le gambe, solo un dolore fortissimo dentro la pancia; si guardò la ferita e, nonostante il dolore che batteva con i battiti del suo cuore, pensò che non era niente.
    Tenendo un braccio premuto sullo stomaco si aiutò con l’altro cercando di sollevarsi un poco e dare una rapida occhiata intorno.
    Si trovava sul lato del marciapiede destro che costeggiava il corso; dal suo punto di osservazione vedeva proprio vicino a lui le biciclette contorte e altri due ragazzi stesi ad una decina di metri da lui, più lontano, riconosceva il verde scuro dei pantaloni di Luciano il cui corpo era riverso dentro la cunetta laterale a sinistra della strada; L’altro corpo era più vicino ed era coperto dal muro d’angolo del palazzo posto sullo stesso marciapiedi dove egli giaceva; di quel corpo ne vedeva  uscire solo i piedi nudi e parte delle gambe e non riusciva a distinguere a chi appartenessero anche se era certo che,  dai calzoni rattoppati, non poteva essere che un’altro partigiano.
    Udiva il debole lamento proveniente da quel corpo mentre in lontananza riuscì a distinguere alcune persone che di corsa entravano nel palazzo da cui era stata gettata la bomba; vide due persone che correvano verso di lui; li riconobbe, erano due suoi compagni che rapidamente raccolsero  prima il corpo di Luciano e poi quello nascosto  dietro il muro del palazzo  depositandoli rapidamente su di un  carro trainato da un cavallo che stava alla sua destra; poi si avvicinarono a Lui, e con gesti rapidi e delicati lo presero per i piedi e sotto le ascelle caricandolo sullo stesso carro che immediatamente si avviò.
    Ebbe il tempo di riconoscere, in quei piedi nudi e dal lamento il suo amico Mario, mentre Luciano non dava alcun segno di vita.
    Silvano non aveva paura, anzi!, forse, inconsciamente, sentiva l'avvicinarsi della sua ora e  steso sul quel carro s'era messo a pensare, perché pensare ora gli veniva facile..
    Tornò con la mente ai suoi, a sua madre, a suo padre.
    Come era facile volergli bene ora!
    Con commozione sentiva quanto voleva bene ai suoi;  sentiva che voleva bene a tutti, anche a suo padre, quel padre che, anche se non ne condivideva alcuna idea, era uguale a lui, nel fisico e nel carattere;  quel padre duro che non si faceva pregare due volte per menare le mani e che picchiava chiunque non era d'accordo con lui.
    Erano molti che non erano d'accordo con suo Padre, compresa sua madre, e anche lei, come altri, prendeva la sua razione quotidiana.
    Per questo era scappato di casa, l’anno prima.
    Ripensò a Bruna, poi, e a quando l'aveva conosciuta, su a Rivarolo,  e che non vedeva l'ora di rivederla. Bruna… Ammazza  quanto gli piaceva!
    Ora, finalmente, si sarebbe riposato un pochetto per la convalescenza e avrebbe trovato di nuovo l'occasione per rivederla; sapeva pure dove abitava!
    Quante volte era passato sotto le finestre di quella casa, e quante scuse si era inventato per passarci e ripassarci di nuovo quando lei lo aveva guardato la prima volta.
    Gli venne da ridere ripensando a quel giorno giù, in pasticceria, e a quello che combinò.
    Nessuno sapeva che lui era partigiano quando, quella domenica, si fece trovare ad aspettarla davanti la chiesa con la scusa di sentire messa, chè lui era un vecchio chierichetto e chè non c’èra domenica chè non sentisse messa, e perché, infine glelo disse, quello sguardo l’aveva colpito al cuore e non c’era notte che non aveva sognato Bruna, e chè vedeva già i figli che sarebbero venuti e lui si vedeva che tornava a casa e chè lei lo aspettava con i figli, e che questo e chè quello, e chè, ormai, non ci capiva più niente.
    Si era preparato bene, abiti puliti, scarpe passabili, capelli tirati a olio. Andò tutto bene fino alla pasticceria, quando, non accorgendosi del fascista in divisa che intendeva soddisfare lo stesso desiderio, pronunciò quell' "…a Brù, io la vojo cò ‘a crema…", un raschìo su di un vetro, uno stridìo nel placido contesto dialettale di Rivarolo.
    Si girarono in parecchi verso di lui, compreso il fascista, e Lui intuì che, se voleva salvare la pelle, doveva subito alzare i tacchi; fu una fuga veloce, tra vicoli e strade conosciute a malapena, sino fuori il paese, dove l'amico bosco lo nascose e lo protesse.
    Rischiò di brutto, quella volta, ma se la cavò bene.
    Anche quando vide il suo orizzonte scurirsi dall’ombra di una notte prematura, continuò a pensare che l'avrebbe rivista a Bruna…  e che avrebbe rivisto anche suo padre, perché l’avrebbe dovuta presentare, Bruna, a suo padre; e avrebbe rivisto suo madre, e i suoi fratelli, Armando, Gino, Giovan………
    Pensava a tante cose, Silvano, mentre, ferito a morte, si addormentò su quel carro …… E morì così, quel primo maggio del ’45, con negli occhi e nel cuore Bruna, la sua ragazza di Rivarolo, e nelle orecchie ancora il rombo della granata che lo aveva colpito a morte insieme ai suoi amici.
     
    Il Generale Schlemmer firmò la resa alle 17 del 3 maggio nelle mani di un colonnello americano.
    In quei cinque giorni, nelle strade di Torino, morirono combattendo 320 partigiani.
     
    Intanto a Roma la vita continuava come prima. Certo quel figlio partigiano dava qualche preoccupazione, ma non più di tanto, un pò per nascondere le proprie colpe e un pò perchè si era convinti che, comunque, se la sarebbe cavata.
    Ogni tanto arrivava qualche notizie che lo dava da questa parte o dall'altra parte dell'Italia.
    Natale, il padre, da notizie avute tramite suoi particolari canali, sapeva che Silvano, in quei giorni, doveva stare dalle parti di Torino, perchè in quelle parti era stata segnalata l'attività della "Garibaldi". Poi, quasi come per far dimenticare le preoccupazioni verso quel figlio ribelle, era avvenuta la disgrazia: Rita, l'ultima nata, era morta, uccisa da una banale indigestione di frutti acerbi.
    La notizia della morte di Silvano viaggiò per due anni prima di arrivare nella casa paterna, e quando arrivò trovò ad attenderla il terreno fertile della disperazione di un uomo sconfitto , nel suo credo e nel suo sangue.
    Natale, il padre di Silvano, chiuse se stesso e il ricordo del suo primogenito nel proprio dolore privato, una cappa di piombo imposta con durezza a tutta la famiglia e dove tutto fu seppellito, anche, con il passare delle generazioni, il ricordo di questo straordinario ragazzo che ha dato  la propria vita per un’Italia nuova, probabilmente diversa da quella irriconoscibile di oggi.
    25 aprile / 1° maggio di tutti gli anni successivi al ’45
    March 19

    CARNEVALE

     

    Esiste un luogo, a Roma, uguale a migliaia di altri luoghi in Italia e nel Mondo dove donne e uomini si prostituiscono.

    Si chiama Piazza Pino Pascali, alle spalle del mattatoio comunale, ed è una grande piazza, chiusa tra la via Prenestina e la via Collatina; questo luogo è stato scelto da decine e decine di donne e uomini,  da ragazzine e ragazzini, o dai loro aguzzini,  per prostituirsi.

    Piazza Pino Pascali, il mattatoio: E' un luogo tragico, questo; è  il luogo di morte  per gli esseri che vi si macellano, dentro o fuori non importa.

    Anche se transitarvi significa risparmiare qualche minuto di  traffico, non si sfugge all'impressione che il buio infinito che regna in quel breve tratto di strada allunghi il tempo del transito: un buio ancestrale, totale, che via via rende indistinguibile , oltre il paesaggio circostante, anche ciò che ognuno racchiude nella propria coscienza;  un disagio che non smette di crescere in quelle poche centinaia di metri di  buio assoluto; un nero angoscioso che pervade tutto e tutto assimila, luoghi, cose, esseri umani e da cui si vorrebbe subito fuggire.

    Riescono ad esprimere buio e desolazione anche  i poveri fuochi, accesi da quella moltitudine per riscaldarsi, sparsi qua e là come fuochi fatui, e la lunga cornice di fari d’automobili dei clienti occasionali si sviluppa e si contorce  quasi fosse un enorme serpente-drago che racchiude tutto nelle proprie spire.

    Si odono nell'aria mille dialetti: lingue esotiche, sconosciute, fintamente scherzose, che si danno la voce l'una con l'altra; In questo continuo chiamarsi, si comprende come questo sia il modo per qualcuno di infondersi coraggio .

                                                                              ****

    E' sera. Mario, Remo, Sgarone e Peppino tornano verso casa dopo la gara.

    Sono molto contenti dei risultati ottenuti e discutono animatamente del meeting, degli errori fatti e di quello che avrebbero dovuto fare per affrontare al meglio le prossime gare.

    I quattro sono seri ed onesti ragazzi, provengono da famiglie in cui il lavoro ed il timor di Dio è il pane quotidiano; Remo e Mario sono sposati ed hanno già qualche figlio in età adolescenziale.

    Tutti, la sera dopo il lavoro, hanno l’hobby di passare qualche ora in palestra  ed ognuno di loro è atteso a casa per cena, dove, insieme a figli, mogli, genitori e qualche nonno, commenteranno le cose ed i risultati della giornata appena trascorsa.

     

    Questa sera, differentemente dalla altre sere, Remo, il guidatore, decide di deviare per il mattatoio.

    Nessuno dei passeggeri obietta, qualcuno è convinto della scorciatoia per arrivare prima a casa; qualcun'altro, curioso, coglie questa occasione per soddisfare la propria curiosità.

     

    Oggi, invece di tirare dritto,  Remo decide di fermarsi vicino ad un gruppo di giovani transessuali.

    Sono quattro ragazzi dai volti ancora acerbi sopra corpi alieni e  belli.

     

    "Quanto?", chiede.

    "Trenta co' la bocca, cinquanta l'amore..." - risponde uno dei quattro.

    "Si,” – incalza Remo – “però facce vedè er culo..... Toccace er pisello ... Come c'è lo pij 'n bocca?"

    Con fare scherzoso il transex obbedisce.

    Sembra gioioso di obbedire, di partecipare a quel gioco.

    Una gioia sbarazzina, fintamente infantile, a tratti penosa.

    Diversa da quella di Remo, feroce, oscena, irriconoscibile.

     

    alien_1

     

    In Memoria di un piccolo cane ed altre poesie

     

    In Memoria di un piccolo cane

     

    Lì, adagiato su un lato,

    nel nero asfalto rovente,

    giace,

    col fiato spezzato,

    il piccolo cane morente. 

    Pare tradisca un arcano

    quel liquido guizzo

    nell’occhio incolore: 

    è cosciente solo l’umano 

    o anche la bestia s’accorge che muore?  

    È già morte l’abietto dolore?  

    E quella carne che cede?  

    E i ricordi?

    E l’odio ? 

    E  l’amore? 

    Ed il sangue che trova l’asfalto 

     invece di terra su cui germogliare,

    e toglie, a chi  assiste il gran salto, 

    ogni speranza

    di ogni altro approdare?

    Pare aspetti una carezza,

    il piccolo cane morente; 

    sembra cerchi un casto gesto d’amore, 

    un lieve tocco,

    leggero e possente,

    che sciolga nel nulla  quell’aspro dolore.  

    Invece, 

    ringhiando e abbaiando, 

    il piccolo cane  allontana la mano pietosa,

    si accuccia nel sangue scintillante 

    e aspetta il nulla, 

    ferocemente.

    (2007)

     

     

      

     

     

    Il mio cuore è un violino

     

    Il mio cuore è un violino che rompe la nota piangente
    ed eccheggia sospeso fino all'ultima fila.
    Il mio cuore è un violino
    che soffre l'archetto con lieta fatica
    ma la corda non basta a suonare la vita
    che lungo le fibbre fuggendo s'inarca in crecendo affannato.
    Violino,
    che in ampia armonia raccogli il passato
    dentro il giro di valzer,
    or che il tempo s'è fatto più stretto,
    accelera il ritmo!
    Finisca il concerto con un saltellato,
    una giga,
    o un sabba di streghe,
    affinchè non si dica
    che il puro strumento
    d'improvviso s'è spento
    con fievole voce,
    ma, piuttosto,
    ha spiccato il volo più alto
    allungando la nota dell'ultimo "a solo"
    (d'al di qua, al di là, parimenti goloso).
    (A.Lorizio 2002)

     

     

     

    Arancione

     

    Ricordo un tuffo nell'erba
    (ma erano spighe già alte):
    ci cacciò il contadino.
    Col fiato sospeso
    sostammo nel ventre di una
    tenera cuccia
    (sentivamo le grida remote).
    Gli steli pungenti e le reste
    prendevano forma di corpo
    calmando l'ansante respiro
    di quell'intrepida lotta:
    giacevamo, morti o feriti,
    cercando di non fare rumore. 
    Ma come la vita guizzava
    sussultando fra i denti
    e muovendoci al riso,
    sentivamo dei passi giganti
    farsi largo nel biondo covone
    (Avanzando fra giovani spighe
    soltanto gridò, mettendoci in fuga)
    (A.Lorizio 2002)

     

     

    melanzana_nera

     

     


    LA Vita di una Donna

     

    Camminando lungo il ciglio della strada
    hai visto pietre segnare il tuo cammino,
    alcune grandi e taglienti,
    altre ì
    piccole, tondeggianti,
    ma sempre dure.
    Camminando lungo il ciglio della strada
    hai visto fiori,
    hai visto papaveri e gigli di campo,
    e ne hai sentito l'odore...
    Camminando lungo il ciglio della strada
    hai colto la rosa di maggio, purpurea
    come la goccia di sangue che hai lasciato
    sulla spina accuminata...
    Camminando lungo il ciglio della strada
    hai gioito con l'allodola,
    hai discusso con lo stridulo gabbiano,
    hai visto l'oceano e le isole perse...
    e non ti sei spaventata...
    Tu,
    sola isola abitata,
    Tu gioia, Tu vita.
    (2007)

     

     

    Canto per la mia terra

    Canto per la mia terra d'Albania.
    Desidero le albe di maggio,
    quando canta il leggiadro usignolo,
     quando soffia la brezza
    del monte, e l'orizzonte è tinto di rosso.
    Desidero i fiori della pianura,
    al mattino quando sono bagnati di rugiada
    le bianche mani della fanciulla
    che va a raccoglierli con ardore.
    Desidero nelle notti di primavera
    quando luccicano le stelle dorate,
    quando soffia leggero Zefiro,
     e ho il cuore
    infiammato d'amore i dolci uccelli
    che gorgheggiano tra gli alberi ornati di foglie;
    quanta gioia mi procurano per quel Dio vero.
    (R. 2007)
     
     

    Il profumo delle zagare

    Dintra lu cori miu......

    nun lu sapiti l'amuri ca v'haiu

    nun lu sapiti quantu vi disìu

    nun lu sapiti comu chianciu e staiu

    quann'è ca pi nu mumentu non vi viu .

    Dintra lu cori miu na vampa cci aiu

    e lu mè cori è vostru

    e no lu miu si moru 'mparaddisu non ci vaiu

    picchì p'amari a vui nun penzu a Diu.

    E vui sapennu st'amuri e sti peni  

    vui mi faciti moriri cume ri cani

    però siddu c'è cu vi tratteni

    speru di cunvincirivi dumani

    Dintra lu cori miu.....

    Dentro il mio cuore….

    … (Rosa Balistreri )  

     

     

    Come Ettore

    Ora che avevo trovato il tempo di ascoltare,

    o di raccontare vecchie storie ormai inesistenti,

    la voce viene meno.

    Non è che un mancamento,

    un leggero abbandono della vita.

    Disperatamente cerco l'immagine di un qualsiasi domani,

    ora che sono solo.  

     

     

    Le lacrime di Adelina

    Tu, segreto nel mio cuore.

    Tu tormento e amore,

    dove sei ora? ........

    amavo accarezzarti i capelli

    stringerti la mano

    mentre mi raccontavi di te.

    Adesso vivo solo di ricordi,

    di come era bello incontrarci. .......

    un giorno,

    quando morirò,

    porterò le mie ceneri con me

    e le getterò

    piano piano dal cielo

    per farle cadere  

    sopra una giovane coppia.

    Così rinascerà un amore

    bello e immenso come il mio.

     

     

    Solstizi e Primavere

    "Ecco il momento che tutti aspettate!"
    "Muovetevi streghe! Figlie malnate!"
    Urla il diabolico signore di Averno:
    "Avanti miei demoni, fratelli nell'inferno!"
     
    "Ecco la buia notte invernale!"
    "Secchi siano gli alberi nel gelo totale!"
    "Sia il Cielo colpito da mille bufere!"
    "Ucciso sia l'amore e le buone maniere!"
     
    S'alza empio e turpe il clamore,
    Immondo s'espande il greve fetore
    Della secca comare che sale, che sale
    Col nero suo carro nel sabba infernale.
     
    Ma un suono diverso spezza il canglore,
    s'alza soave seminando stupore.
    Prima lontano, poi vicino vicino
    S'alza, dolcissimo, un canto bambino.
     
    "Che subito cessi quel leggiadro suono!"
    Urla Mefisto bestemmiando con un tuono.
    "Che subito smetta! Con ogni maniera!"
    e scatena i demoni in unica schiera.
     
    Non è solo, però, quel bimbetto grazioso.
    Ha intorno elfi, ninfette e un nanetto curioso,
    che spargendo fiori, profumi e conchiglie
    l'accompagnan nel coro delle meraviglie.
     
    La musica sale in un crescendo di note,
    i visi gioiosi, colorate le gote,
    e, finalmente, in schiere assai tante,
    accorrono gli umani in aiuto all'infante.
     
    "Finalmente" gioisce il bambino,
    vedendo fitta fitta la gente vicino.
    "Vi siete decisi ad uscire nel sole …. "
    "..a riprendere la vita, la gioia, l'amore.."
     
    Nulla può mefisto contro tal compagnia!
    Nulla può il demonio contro tanta allegria!
    Schiumante di rabbia abbandona la lotta.
    Furente se 'n và, con morte, sua fida mignotta! 

     

     

    Carezze

    Sono orgogliosa di te!!!

     (io non sono nessuno)

    I tuoi pensieri scaldano il cuore

    aldilà della politica,del lavoro

    e delle altre cose.

    Vorrei riflettessero su questo,

    le persone che parlano, parlano,

    parlano e sono così vuoti,

    e non sanno cosa dicono,

    e sono solo pieni di falsità

    e se potessero, chissà....

    perchè tu sei la pietra d'inciampo,

    e loro non possono fare a meno di

    specchiarsi e arrossire un pò.

    Giuliana  2006

     

     

    Ariostoseggiando

    “Miser chi mal oprando si confida che ognor star debba il malefizio occulto; chè, quando ogni altro taccia, intorno grida

    l'aria e la terra istessa …..” Ariosto -"Orlando Furioso"- VI.

     

      

    Sotto il segno dei pesci

    Riposti nei mucchi informi delle storie passate

    giacciono i mille sogni nascosti,

    le mille cose dimenticate.

    Inquieta memoria!

    come l'onda

    t'alzi spontanea dal mare infinito

    crudele testimone delle fiabe tradite.

     

     

    Paso doble sull’abisso

    Euridice:

    Abbracciò Persefone,

    dapprima intimidita.

    Poi, commossa,

    guardò il suo uomo,

    da lontano.

    Và, sussurro la

    Dea, tendi la mano.

    Svelta,

    seguilo,

    prendi la vita.

    Orfeo:

    Canta di Lei!

    Canta la pudìca gioia nascosta

    nella trepida attesa;

    racconta con il tuo canto armonioso,

    che copioso sorge dal cuore.

    Racconta quando,

    i tuoi sensi già tesi,

    Lei ti appare.

    Solare.

     

    Perdizione e Redenzione

    Hai rapito il mio cuore,

    sorella mia,

    sposa.

    Tu mi hai rapito il cuore,

     con un solo tuo sguardo,

    con una sola perla della tua

    collana!

    (Cantico 4,9-11)

    « Come sei bella,

    amica mia,

    come sei bella!

    Gli occhi tuoi sono colombe».

    « Come sei bello,

    mio diletto,

    quanto grazioso»

    Cantico (1, 15-16).

    Si cercano, gli amanti del Cantico , si rincorrono, si sfiorano, ma non si incontrano mai... perché sono già uniti, due in uno.

    (L. Bosio: Annunciazione)

     

     

    Gli alberi di Fernanda

    Creature in cerca di Luce

    Protesi nell’eterno

    i lunghi rami

     membra umane

    tese a strappare

    dalla volta celeste

    il disperato tramonto

    e vedere se dietro

    vive ancora

    il colore della primavera.

     

     

    I ricordi

    i ricordi brutti.

    Loro sono i protagonisti della vita..

    scorrono veloci come i titoli di un film.

    Dolore e angoscia e notti insonni....

    Ti rendono vulnerabile e indifesa...

    Puoi guardare un film,

    non puoi cambiarlo...

    Vorresti cancellarli,

    ma sai

    che con loro

    cancellerai la tua vita.

    (Anna 2007)

     

     

    Quanno nominarono er cavallo senatore

    Quer giorno er sorcio annò dar somaro meschino

    che, poraccio, scoppiava d'envidia disdicevole

    pe' quer fatto malandrino der cavallo, su cuggino,

    ché solo perchè nitriva era stato fatto onorevole.

    " Asino!" je disse, " Tu che scali li monti!,

    Tu che prenni bastonate e porti pazienza,

    perchè cor granne Re de' li conti

    non t'aruffiani puro tu e cerchi aderenza?"

    "Basta accorcià un pò le recchie sur puntale,

    " continuò er sorcio, "pe' la voce penni 'na mentina!

    Poi, anche se sei un fesso e stupido animale

    sarai promosso, n'o spazzio de 'na mattina!"

    "Te faranno, che sò, assessore, diputato!"

    insistette er topo: "Somaraccio mio, come ‘n zogno

    ariverai ai più arti piani der creato

    ché lì, de chi n'fa 'n cazzo, c'è sempre bisogno! "

     

    "Devi sapé però che pé tutta 'sta manfrina mollerai

    'a lingua, er bucio e l'anima... se ancora l'avrai...."

     

     

    I ricordi

    I ricordi,

    queste ombre troppo lunghe del nostro breve corpo.....

    eccoli già apparire: melanconici e muti fantasmi ......

    Ora sì, posso dire che m'appartieni

    e qualcosa fra di noi è accaduto irrevocabilmente.

    ma... precipitoso e lieve il tempo ci raggiunse.

    Dovevamo saperlo che l'amore brucia la vita

    e fa volare il tempo.

    (Vincenzo Cardarelli - Poesie)

    Il Libro e la Melanzana

     
     
    La loro fu una storia impossibile.
    Tutto concorse affinché si potesse impedire l’amore che inopinatamente era sbocciato tra i due.
    Ma nulla potè l’avversa sorte di fronte alla straordinaria potenza dell’attrazione ch’essi subivano l’un dall’altro…..
     
    La Melanzana ed il Libro si erano incontrati anni prima, durante una di quelle feste di liberazione di qualcuno per qualcosa che tanto di moda andavano in quegli anni ormai remoti.
    Ballarono tutta la notte, persi nel sogno, immemori di chi erano e di come fossero arrivati lì.
    Fu amore a prima vista.
     
    La Melanzana, bellissima, sinuosa all’estremo, molto di più di quanto possa essere un ortaggio così prezioso, e saporitissima ed odorantissima di quegli aromi  tipici che hanno rese famose le melanzane  nate alle falde dei Monti Sibillini; aromi miscelati con sagacia e lungimiranza da Madre Natura in millenni  di sperimentazione che  in un calderone magico, riuscì a mischiare  elementi umani ed elementi divini creando quella magia che contraddistingue quelle contrade e che è ormai nota in tutto il mondo.
     
    Viceversa il Libro proveniva da tutt’altra storia, anzi, non aveva nessuna storia da raccontare.
    In quei tempi remoti aveva a malapena il titolo e mezza paginetta scritta con qualche notarella su fatti secondari; solo le sue tante pagine bianche a disposizione lo rendeva interessante agli occhi dell’intenditore: chissà quante storie potevano scriversi su quelle pagine!
    Però il Libro soffriva questa condizione.
    Voleva raccontare storie, le sentiva queste storie che premevano lì, nel centro del proprio petto, chè volevano uscire tumultuose, con gli accenti e le virgole sbagliate, per raccontare di amore e di quanto è bello amare e donare e prendere e …. Tutto… ma, quando apriva le proprie pagine non c’era nulla…. Tutto bianco 
    Vedeva vicino a se altri libri più seriosi, importanti: “I Malavoglia”, cavolo! “I Miserabili”, ‘orca vacca!….. E questo non era niente… questi erano libri importanti… certe volte il meschino veniva messo in crisi addirittura da quei libricini di dozzina, molto “a la page” nell’epoca che trattiamo ora,  l’epoca della pseudo-tecnica di massa e del bricolage azzardato: “Come dipingere il proprio Tinello”, oppure “Istruzioni per cambiare la ruota di scorta”…. Bastava incontrare due tipi così, di solito arroganti e presuntuosi come possono esserlo i libri inutili, ed il nostro povero Libro entrava in crisi.
    Lui era tutto bianco, esclusa quella mezza paginetta iniziale che diceva poco e niente.
    Che sorpresa per il Libro quanto, dopo aver ballato tutta la notte con la Melanzana si accorse, il giorno dopo che tutte le sue pagine s’erano riempite di scritte straordinarie che raccontavano di infinito e oltre, che disegnavano colori nuovi e mai visti…. Addirittura, la mattina dopo… quale sorpresa quando, aprendo una pagina a caso svogliatamente così come faceva quando annoiato non sapeva come passare il tempo, una musica lo avvolse tutto….. non riusciva a comprendere se questa musica era bella o era brutta perché scaturiva dal sogno e come il sogno fuggiva subito dopo averla ascoltata lasciandogli un ricordo-non ricordo ed un magone in gola che non andava ne su ne giù…..
    Il Libro fu conquistato dalla Melanzana… e la Melanzana dal Libro; una corrente potente li avvolse e rese compatibili elementi sino al giorno prima tra loro alieni…. Altri si sono avventurati su strade simili, ma non sono riusciti, come loro, a dare risposte certe, loro sì: ora tutto il mondo sa che l’immortalità dell’anima non è data dagli asparagi ma dall’unione della Melanzana con il Libro.
     
    Arrivare a ciò che ormai viene considerata legge universale non è stato semplice, anzi! Le divinità contrarie alla conoscenza ed all’amore scatenarono i loro poteri già dal giorno successivo a quella fatidica notte: tagliarono, sforbiciarono, cancellarono, distrussero, incenerirono…… furono create liste di proscrizione, migliaia e migliaia di melanzane, affettate e messe sott’olio, furono mandate allo sterminio; migliaia e migliaia di libri furono avviati alla locale fabbrica di coriandoli…..
     
    Si salvarono.
     
    La Melanzana riuscì - con le arti magiche che a suo tempo gli furono insegnate da sua Madre, La Grande Melanzana dei Monti Sibillini -  a rendersi invisibile al Grande Cuoco che la cercava
    Il Libro, malconcio, con centinaia di pagine strappate da Ughetto, il piccolo venditore di Lupini, per avvolgere e consegnare le salate “fusaje” ai piccoli bambini della scuola elementare, fù gettato in una discarica insieme a tutto il carretto di Ughetto, quando questi morì….
    Per quegli strani scherzi del destino successe che, qualche anno dopo, la bella Melanzana, ormai salva dal “Pogrom anti-melanzana” di anni prima, passeggiava nei campi dove era solita passare parte della giornata; quel giorno era agitata da pensieri e sensazioni a cui non sapeva dare risposta quando…….:
    • “aiuto!……” ….. “aiuto!…..”,
     flebili lamenti la costrinsero – Lei ormai persa tra le stelle - ad abbassare lo sguardo  verso quello sterrato incolto dove, sino a qualche anno prima c’era addirittura una discarica…..:
    • “aiuto!……” ….. “aiuto!…..”,
    • ”un libro…..”, “un libro!?” …”No, no…. Il mio Libro!, il mio caro, amato Libro!”
    e riconoscendolo lo raccolse piangendo e usò le sue lacrime per riattaccare le pagine ingiallite e sparse.
    February 16

    L'Arte di vivere

    L'Arte di vivere.... ovvero il cammino degli angeli troppo umani

     Per Tommaso d'Aquino solo gli angeli possiedono un linguaggio privo di parole, di simboli, di concetti.

    "Per loro infatti non servono segni per rinviare a esperienze, perché a queste attingono direttamente; per noi umani occorre invece la mediazione dei segni, al di fuori dei quali le esperienze risultano inesplicabili e informi, inattingibili: [...] l'angelo è trasparente [...] l'angelo non dice la verità, è la verità. L'angelo vede immediatamente in Dio ciò che pensa l'altro angelo [...] e quindi non ha nessun bisogno del linguaggio [...] ."

    Il linguaggio degli angeli sarebbe quello nel quale non c'è alcun segno che rinvia a un significato.
    Lì l'esperienza è  immediata e diviene evidente in se stessa, senza il bisogno tutto umano di contenerla dentro a un contenitore, ad un discorso, ad una forma.
    Mediazioni, queste, che se da un lato rendono il reale dicibile e pensabile, dall'altro ne perdono la «verità», l'informe ma piena immediatezza.
    Accade perciò che, per noi umani, il regno degli angeli non è direttamente attingibile; è possibile invece soltanto ricostruirlo creandolo o sognandolo, anche se neppure nel sogno lo potremo davvero recuperare nella sua inimmaginabile forma; forse lo possiamo solo imitare immergendoci in quel regno ribattezzato Inconscio, dove sono depositati tutti i ricordi, conchiusi e trasparenti, rimasti immobili dal tempo dell'infanzia.

    Peraltro tutti i ricordi, se pur razionalmente fissati nel tempo e nel luogo del loro compimento, non sono immutabili in quanto,  seppure depositati in forma originaria e statica, sono immediatamente inscritti in un processo, quello sì immutabile, consistente nel loro costruirsi, decostruirsi e ricomporsi lungo ogni istante dell'esistere, in ogni atto di esperienza  di pensiero, in ogni respiro.

    In questo senso, di nuovo, si tratta di ricordi-non-ricordi, di tracce al di là del tempo. perché non appartengono a un tempo e a una memoria se non attraverso il loro costante pervadere il pensiero, inquinare il tempo ordinario, rimodellare la memoria cosciente.

    Magari, irrompono nel momento della visione di un qualcosa che lo scatena, un'emozione, una musica, un dipinto, un richiamo qualsiasi, anche un divenire indistinto di attesa. O anche quando da dentro ci assale un vissuto che è un ricordo, per quanto impossibile da ricordare, e che a noi, pur se ignoto e straniero, è tanto noto da sembrare il filo conduttore del nostro destino.

    Produrre una forma pensabile in termini umani e discorsivi è un tentativo di dare ragione e corpo a ciò che sfugge. Questo, credo, accada più o meno inconsapevolmente in ogni esistenza, anzi, credo che sia questo lo scorrere stesso dell’esistenza.

    Per questo penso che, alla fine,  la realtà non  è altro che un fantasma, e che invece il luogo dove vive il sogno sia il vero luogo dell'esistenza.

     

    .

    Ognuno ha la sua parte
     
     
    La massa
    non il popolo la massa
    decisa a farsi corrompere
    al mondo ora s’affaccia
    e lo trasforma, a ogni schermo, ogni video
    si abbevera, orda pura che irrompe
    con pura avidità, informe
    desiderio di partecipare alla festa
    e s’assesta là dove il nuovo capitale vuole.
    (Pasolini 1976)