Alessandro's profileLa Grazia dei TemplariPhotosBlogListsMore Tools Help

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    April 28

    Ragazzi sbranati dalla primavera

    Cinque giorni a Torino 
     
    Il 28 maggio finalmente l'80ª brigata "Garibaldi" riceve l’ordine di attaccare il presidio tedesco alla stazione Dora. Il combattimento è violento e si conclude con la resa dei tedeschi.
    A  sera però i nazifascisti tengono ancora la linea tra Piazza Statuto, corso Principe Eugenio, corso Regina Margherita (piazza Emanuele Filiberto esclusa), i Giardini Reali, piazza Cavour, piazza Carlo Felice, corso Oporto, corso Mediterraneo.
    La situazione si trascina per tutto il 29, tra scambi improvvisi di colpi e scontri feroci all’arma bianca.
    È l'alba del 30 aprile, un reparto tedesco si avvicina ad un gruppo di palazzine occupate dai partigiani; innalza bandiera bianca; quando però si trova a breve distanza apre il fuoco contro i garibaldini. Questi ripiegano combattendo. Lo scontro con scambi sporadici di colpi si protrae per quasi tutta la giornata.
    Durante la sparatoria, partigiani e civili riescono a recuperare i feriti, trasportandoli nella infermeria provvisoria predisposta dietro piazza Carlo Felice; i caduti per il momento vengono ignorati. 
    In via Oporto la sera vede il disimpegno  delle pattuglie  tedesche che presiedono il Militarkommandantur ed il loro ricongiungimento  con le truppe del generale Schlemmer; utilizzando dei sottopassaggi opportunamente predisposti, alcuni soldati della milizia fascista  si dileguano con l’aiuto della notte, mentre altri rimangono nascosti e asserragliati nella palazzina del comando tedesco e si predispongono ad azioni di cecchinaggio che anche nel  1° maggio dà segni della sua attività disperata prendendo di mira chiunque agisse nel loro raggio di azione.
    Quel giorno, il 1° maggio, si apre con qualche colpo sporadico d’arma da fuoco nei pressi di corso Oporto ed una feroce sparatoria in piazza Castello. 
    Le staffette sono comandate ad avvertire  i diversi gruppi dei combattenti  che alcune unità anglo-americane stanno facendo il loro ingresso a Torino; partono insieme in bicicletta, le tre staffette,  e non hanno modo di accorgersi della granata lanciata dal tetto del palazzo se non quando essa esplode.
    ***
          Silvano
    Si sentiva bene.  Era la prima volta, da  quando  era  diventato partigiano, che si sentiva tranquillo e sereno… Addirittura non sentiva nemmeno fame, eppure l'ora del pranzo  era passata da un pezzo!
     Non si ricordava bene cosa era successo;  era salito sulla bicicletta con gli ordini da portare, ha salutato gli amici che partivano insieme a lui, e poi, poi… boh!…. aspetta… si… si… ora ricordava, il botto ed il dolore al basso ventre…. Cazzo! L’avevamo cacciati tutti ieri…. Sembrava che non c’era più nessun tedesco… invece….Porca miseria….
    La granata lanciata dal tetto era esplosa proprio in mezzo alle loro biciclette.
    Non sapeva bene dove era stato ferito, l'unica cosa che avvertiva ora era il dolore atroce al basso ventre e l'insensibilità delle gambe che proprio non riusciva a muovere. Il dolore alla pancia era feroce, però si accorse che se teneva le braccia conserte su di essa un pò il dolore si alleviava; poi pensava con paura alle gambe ed all’insensibilità che provava; aveva paura che non c’è l’aveva più, le gambe, e quindi non voleva guardare.
    In contrasto a queste sensazioni si opponeva un certo senso di euforica allegria, quel qualcosa di eroico e giocoso fatalismo  proprio dell'età che possedeva…. Aho! Era quasi contento di essere ferito, così a casa, quando sarebbe ritornato, avrebbe avuto qualcosa da mostrare che confermava le sue avventure.
    In fondo per lui la guerra era iniziata come un gioco quando, in quel luminoso maggio dell'anno prima scappo di casa.
    Il sedicenne vede la morte come un’entità astratta.
     Egli è lontano dall’idea che tutto può cessare; nell’adolescente è totale il senso di essere protagonisti sempre di storie e avventure straordinarie; per sua natura egli, di fronte ad ogni evento, si pone privo di paura  con l’idea che tutto gli è possibile; con questo spirito affronta quindi ogni evento, dai più banali al più terribile, la guerra, dove, anche se sarà colpito, si rialzerà poi sghignazzando e commentando il gioco insieme ai suoi amici.
    Purtroppo così non è.
    Silvano scappò da casa dopo una violenta discussione con suo padre.
    Non ricordava più la causa di quell’ennesimo litigio, ma con suo padre c’era solo la  scelta da quale lettera dell’alfabeto iniziare per trovare motivi di scontro.
    Però, di andare a fare il partigiano l’aveva subito pensato, e le notizie che aveva sentito su un mitico territorio chiamato “Langhe” e sulle brigate che davano filo da torcere ai tedeschi l’avevano affascinato.
    Non si ricordava nemmeno come, arrivò lì in Piemonte, l’unica cosa che ricordava era di aver camminato per settimane.
    Era venuto a conoscenza di infiniti luoghi, inimmaginabili allora per un ragazzo di città di sedici anni;  addirittura l’estate prima s’era fermato in una masseria vicino Carrara, dove aveva aiutato alla mietitura in cambio di vitto e alloggio; incontrò moltissime persone che, seppure all'inizio lo consideravano bambino, dovevano poi ricredersi, ché lui, nonostante i suoi sedici anni, era già uomo.
     Poi, verso settembre, finalmente arrivò lì, a Torino, la sua meta, dove riuscì ad entrare in una formazione partigiana dell’80ª  Brigate Garibaldi, la prima con cui entrò in contatto e che operava nei paesi della cintura nord di Torino.
    Gli fu dato subito l’incarico di staffetta, per la sua velocità e per la sua sveltezza; aveva partecipato anche ad alcune azioni armate.
    Le Brigate Garibaldi per lui erano la legenda, ed ora che ne faceva parte si sentiva un eroe omerico.
    Durante il suo lungo viaggio, tanti  gli avevano raccontato, giurando e spergiurando, che gli uomini, della Garibaldi erano un ira di Dio e che da soli avevano tenuto testa per quarantotto ore ad un'intera divisione in rastrellamento,  quella di Schlemmer, appoggiata da alcuni "Tigre" e da due brigate di repubblichini.
    Represse un moto di rabbia prendendosela con se stesso per essere stato colpito. Non sentiva più le gambe, solo un dolore fortissimo dentro la pancia; si guardò la ferita e, nonostante il dolore che batteva con i battiti del suo cuore, pensò che non era niente.
    Tenendo un braccio premuto sullo stomaco si aiutò con l’altro cercando di sollevarsi un poco e dare una rapida occhiata intorno.
    Si trovava sul lato del marciapiede destro che costeggiava il corso; dal suo punto di osservazione vedeva proprio vicino a lui le biciclette contorte e altri due ragazzi stesi ad una decina di metri da lui, più lontano, riconosceva il verde scuro dei pantaloni di Luciano il cui corpo era riverso dentro la cunetta laterale a sinistra della strada; L’altro corpo era più vicino ed era coperto dal muro d’angolo del palazzo posto sullo stesso marciapiedi dove egli giaceva; di quel corpo ne vedeva  uscire solo i piedi nudi e parte delle gambe e non riusciva a distinguere a chi appartenessero anche se era certo che,  dai calzoni rattoppati, non poteva essere che un’altro partigiano.
    Udiva il debole lamento proveniente da quel corpo mentre in lontananza riuscì a distinguere alcune persone che di corsa entravano nel palazzo da cui era stata gettata la bomba; vide due persone che correvano verso di lui; li riconobbe, erano due suoi compagni che rapidamente raccolsero  prima il corpo di Luciano e poi quello nascosto  dietro il muro del palazzo  depositandoli rapidamente su di un  carro trainato da un cavallo che stava alla sua destra; poi si avvicinarono a Lui, e con gesti rapidi e delicati lo presero per i piedi e sotto le ascelle caricandolo sullo stesso carro che immediatamente si avviò.
    Ebbe il tempo di riconoscere, in quei piedi nudi e dal lamento il suo amico Mario, mentre Luciano non dava alcun segno di vita.
    Silvano non aveva paura, anzi!, forse, inconsciamente, sentiva l'avvicinarsi della sua ora e  steso sul quel carro s'era messo a pensare, perché pensare ora gli veniva facile..
    Tornò con la mente ai suoi, a sua madre, a suo padre.
    Come era facile volergli bene ora!
    Con commozione sentiva quanto voleva bene ai suoi;  sentiva che voleva bene a tutti, anche a suo padre, quel padre che, anche se non ne condivideva alcuna idea, era uguale a lui, nel fisico e nel carattere;  quel padre duro che non si faceva pregare due volte per menare le mani e che picchiava chiunque non era d'accordo con lui.
    Erano molti che non erano d'accordo con suo Padre, compresa sua madre, e anche lei, come altri, prendeva la sua razione quotidiana.
    Per questo era scappato di casa, l’anno prima.
    Ripensò a Bruna, poi, e a quando l'aveva conosciuta, su a Rivarolo,  e che non vedeva l'ora di rivederla. Bruna… Ammazza  quanto gli piaceva!
    Ora, finalmente, si sarebbe riposato un pochetto per la convalescenza e avrebbe trovato di nuovo l'occasione per rivederla; sapeva pure dove abitava!
    Quante volte era passato sotto le finestre di quella casa, e quante scuse si era inventato per passarci e ripassarci di nuovo quando lei lo aveva guardato la prima volta.
    Gli venne da ridere ripensando a quel giorno giù, in pasticceria, e a quello che combinò.
    Nessuno sapeva che lui era partigiano quando, quella domenica, si fece trovare ad aspettarla davanti la chiesa con la scusa di sentire messa, chè lui era un vecchio chierichetto e chè non c’èra domenica chè non sentisse messa, e perché, infine glelo disse, quello sguardo l’aveva colpito al cuore e non c’era notte che non aveva sognato Bruna, e chè vedeva già i figli che sarebbero venuti e lui si vedeva che tornava a casa e chè lei lo aspettava con i figli, e che questo e chè quello, e chè, ormai, non ci capiva più niente.
    Si era preparato bene, abiti puliti, scarpe passabili, capelli tirati a olio. Andò tutto bene fino alla pasticceria, quando, non accorgendosi del fascista in divisa che intendeva soddisfare lo stesso desiderio, pronunciò quell' "…a Brù, io la vojo cò ‘a crema…", un raschìo su di un vetro, uno stridìo nel placido contesto dialettale di Rivarolo.
    Si girarono in parecchi verso di lui, compreso il fascista, e Lui intuì che, se voleva salvare la pelle, doveva subito alzare i tacchi; fu una fuga veloce, tra vicoli e strade conosciute a malapena, sino fuori il paese, dove l'amico bosco lo nascose e lo protesse.
    Rischiò di brutto, quella volta, ma se la cavò bene.
    Anche quando vide il suo orizzonte scurirsi dall’ombra di una notte prematura, continuò a pensare che l'avrebbe rivista a Bruna…  e che avrebbe rivisto anche suo padre, perché l’avrebbe dovuta presentare, Bruna, a suo padre; e avrebbe rivisto suo madre, e i suoi fratelli, Armando, Gino, Giovan………
    Pensava a tante cose, Silvano, mentre, ferito a morte, si addormentò su quel carro …… E morì così, quel primo maggio del ’45, con negli occhi e nel cuore Bruna, la sua ragazza di Rivarolo, e nelle orecchie ancora il rombo della granata che lo aveva colpito a morte insieme ai suoi amici.
     
    Il Generale Schlemmer firmò la resa alle 17 del 3 maggio nelle mani di un colonnello americano.
    In quei cinque giorni, nelle strade di Torino, morirono combattendo 320 partigiani.
     
    Intanto a Roma la vita continuava come prima. Certo quel figlio partigiano dava qualche preoccupazione, ma non più di tanto, un pò per nascondere le proprie colpe e un pò perchè si era convinti che, comunque, se la sarebbe cavata.
    Ogni tanto arrivava qualche notizie che lo dava da questa parte o dall'altra parte dell'Italia.
    Natale, il padre, da notizie avute tramite suoi particolari canali, sapeva che Silvano, in quei giorni, doveva stare dalle parti di Torino, perchè in quelle parti era stata segnalata l'attività della "Garibaldi". Poi, quasi come per far dimenticare le preoccupazioni verso quel figlio ribelle, era avvenuta la disgrazia: Rita, l'ultima nata, era morta, uccisa da una banale indigestione di frutti acerbi.
    La notizia della morte di Silvano viaggiò per due anni prima di arrivare nella casa paterna, e quando arrivò trovò ad attenderla il terreno fertile della disperazione di un uomo sconfitto , nel suo credo e nel suo sangue.
    Natale, il padre di Silvano, chiuse se stesso e il ricordo del suo primogenito nel proprio dolore privato, una cappa di piombo imposta con durezza a tutta la famiglia e dove tutto fu seppellito, anche, con il passare delle generazioni, il ricordo di questo straordinario ragazzo che ha dato  la propria vita per un’Italia nuova, probabilmente diversa da quella irriconoscibile di oggi.
    25 aprile / 1° maggio di tutti gli anni successivi al ’45