Alessandro's profileLa Grazia dei TemplariPhotosBlogListsMore Tools Help

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    March 31

    Politkovskaja di Roberto Saviano...

    un caldo invito a tutti di leggere questo articolo, per ricordare una giornalista, una donna, una guerriera, un esempio a cui riferirsi nelle nostre piccole o grandi cose quotidiane ...
     
     
    March 27

    Il Futurismo... e ciò che ne è seguito


    Tutte le culture, che via via si sono succedute nel tempo come espressione diretta dei consorzi umani, hanno percepito l’evolversi delle città come una continua trasformazione, profondamente innovativa, capace, oltre che a garantire la sicurezza della propria esistenza, anche di soddisfare il bisogno di nutrire un “immaginario collettivo” insito nella stessa natura umana, perennemente alla ricerca di nuove mitologie nei nuovi luoghi di vita; luoghi, le città, in perenne trasformazione, un cambiamento continuo direttamente percepito da una società che nel suo complesso è assoggettata anch’essa a profonde mutazioni; mutazioni che nel loro divenire divengono traccia e sintesi di ogni attività artistica.
    Il Futurismo anticipò, nella sua rappresentazione artistica, i tempi delle trasformazioni sociali, economiche e urbanistiche prodotte dalle scoperte tecnologiche e dall’industrializzazione che scaturì da esse; in questa rappresentazione del futuro, il Futurismo descrisse il mito di una metropoli futura, unitariamente industriale, coesa in un sistema di relazioni entusiasticamente proteso verso un divenire eternamente positivo.
    Una prospettiva, questa, purtroppo smentita dagli eventi.
    Dalla metà del secolo scorso è iniziato, ed è ancora in atto, un enorme processo di destrutturazione e ricomposizione delle immense periferie suburbane che, ancora oggi, non sono considerate ancora “città” anche se hanno comunque perso le loro caratteristiche di campagna.
    Questo enorme processo di “cambiamento” del territorio non risponde ad una corrente di pensiero “dominante”, a un progetto, ad un’idea di governo più o meno condivisibile ma comunque uniforme, ma risponde unicamente all’opera autonoma e quasi anarcoide dei “singoli”, priva di ogni legame progettuale che non sia l’emergenza del bisogno o dell’abuso fine a se stesso, come dicevo implicitamente anarcoide, che col passare del tempo ha sostituito e continua a sostituire tutti quegli archetipi architettonici sino a poco tempo dominanti, basati su mitologie passate (il classico, il rinascimentale, il barocco, ecc.), e sostituiti con infinite baracche/ville dotate di tutti i confort che la tecnologia permette: il video-citofono, la sala giochi, l’antenna satellitare… un caos dove convive l’orribile ed il suo opposto, dove viene esclusa a priori ogni possibilità di relazione umana, trasformando questi luoghi in luoghi/non luoghi, i cui utilizzatori ne sono anche le vittime, tutti rappresi intorno ad una raffigurazione dolente e pessimistica sia del presente che del futuro prossimo venturo.
    In quei lontani anni ed in quelli successivi, l’applicazione delle teorie funzionaliste - in continuità con l’incipit futurista sulla metropoli - indicavano in Italia la strada per affrontare ricostruzioni ed emergenze, dando luce ai progetti di Tor Bella Monaca, di Corviale, delle Vele di Secondigliano, dello Zen di Palermo, sino ad arrivare qui vicino, al complesso di Via Morandi.
    Complessi abitativi che hanno ospitato e ancora ospitano centinaia di migliaia di famiglie, progettati con un’idea positivista dello sviluppo della città, autosufficienti e funzionali sino a racchiudere in essi l'idea di autosufficienza negli spazi verdi,nei centri commerciali, nei servizi…
    Ma qualcosa non ha funzionato, qui come nel Bronx questi esempi di architettura funzionalistica, fatalmente, sono stati travolti dalla trasformazione posta in essere dalle stesse persone cui erano destinati.
    Infatti gli ambienti circostanti alle abitazioni si rivelarono inadeguati, molto volte incoerenti con le stesse case, addirittura rispondenti più alle teorie degli architetti che alle stesse modalità di vita degli assegnatari; principalmente per questi apparentemente banali motivi, furono in parte modificati, in parte abbattuti, tutte operazioni e trasformazioni che, di fatto, ne hanno modificato sostanzialmente l’uso a cui i vari moduli erano destinati, trasformando anche le stesse modalità relazionali tra gli esseri umani che li abitavano e contribuendo a portare quei contesti sociali a precipitare in una sorta di nuovo ed originale medio-evo.
    Solo recentemente pare che qualcuno stia finalmente comprendendo l’entità e la vastità di quanto è successo nelle estreme periferie italiane: una mutazione informe e anarcoide dei luoghi, delle cose e degli esseri umani che hanno cambiato il volto delle città italiane e la vita delle persone.
    March 24

    24 marzo 2009: In memoria dei caduti delle fosse Ardeatine

    Oggi le ragazze e i ragazzi di alcune scuole romane hanno ricordato -  con le loro parole, con i loro disegni ed i loro giochi - chi ieri ha sacrificato la propria vita per la libertà di tutti.

                                            
                                                           Omaggio a Gioacchino Gesmundo

    March 23

    Una notizia sconfortante...

     

    Paolo Montalbano, l'amico, il maestro, il poeta-guerriero, è volato in cielo...

    E' andato a raggiungere Marco, il suo giovanissimo figlio...

    Orizzonti bui... e sconforto... e dolore, per chi ha avuto la fortuna di percorrere tratti di strada insieme a te… da “Nasce un fiore ad Hebron” che ci ha visti erranti in quei lontani anni,  sino a  pochi mesi or sono, nella tua commovente e bellissima performance  a S.Giovanni, sempre spendendoti per gli ultimi con le parole e i colori della poesia  … 

    Paolo, che ti sei sempre rivolto ai giovani  perchè in ogni giovane vedevi   l’immagine del tuo figlio che ti era stato tolto...

    Grazie per tutto l’Amore che hai donato.

     

    ****************

     

    da:  PAOLO MONTALBANO: IL SOGNO DELLA TERRA (2007)

    di Lorenzo Canova

     

    Di fronte alle logiche inflessibili della politica, della ragion di stato, degli scontri etnici, religiosi o ideologici, davanti ai meccanismi gelidi e inderogabili del mercato delle armi o dell’energia, auspicare una pacificazione attraverso le immagini della pittura potrebbe sembrare utopistico, irrealistico o addirittura ingenuo, ma, nonostante tutto, è però ancora necessario sperare, quando ogni cosa sembra perduta e quando la violenza e la crudeltà dominano incontrastate in nome di

    esigenze superiori. In una tale situazione, l’arte può avere ancora una funzione fondamentale di testimonianza e di permanenza dei valori “universali” di civiltà e può ancora rivestire un ruolo incisivo e metaforico, anche per la sua capacità di interpretazione e di sublimazione della vita effimera dei messaggi e delle immagini della comunicazione mass-mediatica. Questa può essere allora la sua nuova responsabilità, in un momento in cui si parla, spesso in modo fumoso, di

    globalizzazione quando, al contrario, molti eventi sembrano segnati da una logica dove il localismo, l’identità di nazione e di credo vengono spesso usati come armi affilate per attaccare il “diverso”, per eliminare completamente ogni idea di “alterità” e di differenza.

    In questo contesto, l’opera di Paolo Montalbano assume dunque un valore particolare: l’artista, infatti, porta avanti da moltissimi anni un lavoro dedicato alla pace in Palestina, in una visione dove la pittura è unita ad una serie di azioni concrete nate per sollecitare l’attenzione collettiva su un dramma che rinnova costantemente le sue tragiche vicende.

    Per dare forma concreta al suo progetto artistico, l’artista non sceglie però gli strumenti dell’ideologia e della retorica, ma si muove sui sentieri più allusivi ed efficaci di una visione lirica che si imprime sui dipinti senza trascurare il livello nascosto, ma allo stesso tempo eloquente, del simbolo, la dimensione celata che racchiude un centro ancora in grado di parlare al mondo di oggi e al suo cinismo. I paesaggi di Montalbano sono i paesaggi della terra dei Padri, i paesaggi arcaici che uniscono le religioni del Libro, le terre dove Abramo udiva i richiami del Signore, offriva i suoi sacrifici e riceveva gli angeli e dove Giacobbe dopo una lunga lotta riusciva a vedere faccia a faccia lo stesso Dio.

    Queste terre rocciose e aride, che richiamano visivamente i luoghi dove Montalbano è cresciuto, diventano spazi silenziosi e misteriosi, attraversati da cammelli enigmatici e solenni come monumenti di civiltà scomparse, le palme diventano frammenti di una memoria che rievoca racconti di ere lontane, le colline riarse del deserto si riempiono della luce irreale di una luna che sembra unire allegoricamente l’umano e l’ultraterreno. In questo modo, le rocce violette, che l’artista traccia con il gesto ampio e liquido della sua pennellata, annunciano le mura possenti di Gerico poste all’orizzonte e sembrano riecheggiare la Scala sognata da Giacobbe per ricevere in sogno la conferma suprema della benedizione per la sua discendenza, e attraverso quest’ultima, per tutte le genti della terra: un annuncio di concordia celeste tre il Superiore e l’Inferiore, tra il terreno e il divino che oggi appare dimenticato nella direzione apparentemente irreversibile del Male, delle

    divisioni insanabili di una guerra perpetua e devastante.

    L’autore mescola pertanto le componenti pittoriche e oggettuali del suo lavoro, ritornando alle sue precedenti esperienze analitiche e costruttive, dove l’astrazione in scultura era declinata per avvicinarsi all’architettura e al design, in quell’apertura ambientale dove l’opera occupa anche metaforicamente lo spazio che la contiene. Montalbano utilizza così una soluzione tridimensionale per ridare senso ad un archetipo millenario centrato nel cuore della devozione degli antichi padri, rinnova una figura simbolica divenuta vivente nel nuovo sogno di una Scala innalzata su una terra ferita per unire i contrasti, edificata come una

    speranza per la salvezza dei popoli e per il futuro della loro terra comune.